Teatro Genova Giovedì 22 marzo 2012

Da Almodovar al Politeama Genovese: 'Tutto su mia madre' con Elisabetta Pozzi e Eva Robin's

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Genova - Certamente come tutte le grandi imprese è pretenziosa, lo ammette il regista nell’opuscolo introduttivo citando Rilke. Eppure riesce - non in tutto, sia chiaro - ma persino lo spettatore che decide di assistere a grandi imprese dovrebbe essere disposto ad accettare qualche sbavatura.
Tutto su mia madre è uno spettacolo strabordante: dunque facile lo sconfinamento nell’eccessivo, nel troppo enfatico, perfino nel troppo volgare. Poi d’un tratto si ascolta il pubblico: sempre indeciso tra il cedere alla commozione e il lasciarsi andare all’ilarità provocata da una splendida Eva Robin’s. E dondola. Rimane a dondolare. Divertito e riflessivo. E la funzione catartica del teatro è in opera. È allora che si comprende che sono molte, molte di più le note intonate. Elisabetta Pozzi non è soltanto brava, è semplicemente Manuela. Non può che esser lei. D’altronde Eva Robin’s non recita se stessa?

Insomma, sembrano ruoli ritagliati ad hoc, ruoli che calzano a pennello. Forse è stato capace il regista, Leo Muscato, a scegliere i suoi interpreti: le attrici di punta – Pozzi e Robin’s - sono bravissime perché sono vere. Vere esattamente come il buon teatro le pretende: autenticamente menzognere. Sappiamo che Elisabetta Pozzi non è Manuela e sappiamo che Eva Robin’s non è Agrado. Ma potrebbero esserlo. Anzi qualcuno alla fine del secondo atto ne è praticamente certo. D’altronde questo gioco delle scatole cinesi un po’ confondeva. Altro che teatro nel teatro, questo sembra essere teatro nel teatro della vita che teatralizza il teatro della vita. Eh sì, perché nella storia madre e figlio – Pozzi e l’incisivo Alberto Onofrietti - assistono alla commedia Un tram chiamato desiderio, poi la commedia si fa tragedia e siamo ancora sul palcoscenico.

Uno schema che permane per tutto lo spettacolo, un continuo eterno ritorno dell’uguale – dal teatro alla vita vera al teatro - pregno però di significati nuovi. Epperò siamo sempre seduti di fronte a un palcoscenico, a guardare questo andirivieni di sentimenti, sensazioni, sorprese, stupori, sospetti, scalpori, sbigottimenti, scandali, sbalordimenti, schiamazzi: dal mondo narrato con le bassezze quotidiane dei meschini, con la lotta giornaliera dei miseri alla rivoluzione costante dei coraggiosi, prima fra tutti Manuela. Tutto sta lì, davanti a noi ma anche sotto l’occhio vigile di un fantasma in carne e ossa – Esteban - che da quando muore entra in scena sempre protetto da un raggio di luce che lo fascia e lo mostra nel suo candore giovanile e saggio. Ecco, questo bel ragazzo impone il silenzio della riflessione e parla a ogni spettatore con i suoi bei sogni, le sue speranze, le sue delusioni, le sue arrabbiature.

A volte l’enfasi è troppa, a volte troppo poca, per esempio il suono dell’elettroencefalografo per indicare la morte del personaggio. La prima volta è un colpo alla pancia, la seconda è ancora accettabile, la terza è davvero troppo. Eppure quando la commedia sta per cedere al melodrammatico c’è il paracadute dell’ironia e quando sta per cedere al comico c’è la virata della riflessione. Racconta troppo questo adattamento teatrale, vuol dire troppo e mantiene troppo implicito. L’attenuante c’è e non è la trama del film da cui è tratto. Se l’argomento principale fosse soltanto la volontà di rappresentare il dolore di una madre che perde il figlio, il troppo rappresentato sarebbe ancora poco. Tre volte accade durante lo spettacolo di assistere alla morte del figlio di un personaggio. Soltanto in un’occasione la pancia riesce davvero a percepire la purezza di una sofferenza ineffabile. E vi riesce per contrasto con la finzione precedente – Manuela/infermiera che recita la parte della madre durante le riprese di una sorta di pubblicità progresso - sia per la bravura del regista e dell’attrice principale.

Muscato sceglie che sia il suono a dire l’indicibile; l’opposizione luce/buio a cogliere l’attimo e a evocare una possibile immagine mentale; un unico urlo – vero, potente - a segnare l’innaturalità del sopravvivere ai propri figli. E poi ancora, il dolore si vede quando la finzione è dentro la finzione ed è osservata da un impossibile spettatore: Esteban. Alla fine del primo atto, Manuela sta recitando la parte di Stella in Un tram chiamato desiderio e d’un tratto per associazione mentale, forse, sente, sente l’assenza in un ventre vuoto. Soltanto poche battute: «Stella, Stella… che c’è?». Lei piange – Stella, Manuela? - e lui – Esteban - illuminato da un fascio di luce che lo avvolge nella sua irrealtà accenna un «Mamma». E infine la citazione da Nozze di sangue di Garcia Lorca proprio nell’ultima scena - «Quando ho scoperto che mio figlio giaceva lì, in mezzo alla strada, ho immerso le mani nel sangue e le ho leccate con la lingua perché era mio» - recitata in presenza di due madri che divengono paradigmatiche dell’essere vivente – qualunque essere vivente - defraudato della miglior parte di sé.

Questa è una commedia in cui finzione e realtà sono equivalenti, sono sintetizzate, sono speculari, si sposano in un’unica idea che si fa/è memoria, fotografia, perché la fotografia per un verso è interpretazione, per l’altro rappresentazione. È così che la commedia diventa vita vera, forse più del film, perché diviene una porta d’ingresso in un tempo in cui noi non siamo stati e in cui noi non abbiamo ingresso, per parafrasare Esteban quando osserva la fotografia della madre giovane col cappello di paglia.

Ancora un’annotazione sull’efficace e valida Giovanna Mangiù che interpreta Nina Crus. Riesce a essere a tal punto antipatica, supponente, arrogante, tracotante e così estremamente fragile come certa nostra gioventù che durante lo spettacolo fa quasi saltare i nervi per poi far sentire in colpa. Gli applausi per lei hanno risentito di queste sensazioni vere e potenti. Insomma che lei fosse Nina, non c’erano dubbi. Questo è teatro.
Eva Robin’s, lo abbiamo detto, è sorprendente. Brava, convincente, incisiva. E parla spesso di autenticità, soprattutto dell’autenticità della finzione. Ritornano così i contrari, su cui si regge la commedia, e ritorna la riflessione. E poi, tra monologhi e battute, la perla di saggezza: uno è più autentico quanto più assomiglia a se stesso, all’idea che ha sognato di se stesso.

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