Teatro Genova Martedì 20 marzo 2012

Genova. Gianni Vattimo e Vito Mancuso alla Corte per le 'Grandi Parole dell'Umanità'

Genova - Il tutto esaurito mette gioia, soprattutto quando si tratta di filosofia. La gente ha fame di pensiero, boicotta la televisione e se ne va ad ascoltare Platone. Questo è accaduto al Teatro della Corte di Genova, dove il tutto esaurito ha riguardato anche il foyer. La gente sedeva per terra per ascoltare e vedere – con difficoltà date le dimensioni del video - i filosofi introdurre Platone e gli attori leggerlo e drammatizzarlo.

Sabato scorso, il 17 di marzo, è stata la volta di Gianni Vattimo, lunedì sera di Vito Mancuso. Ma il vero grande protagonista delle serate, organizzate dal Teatro della Corte per il XVII ciclo dell’evento Grandi Parole dell’Umanità, è stato lui: Platone. Giovane e longevo; saggio, in quanto illuminato; godibile, mai eccessivo; profondo, sempre equilibrato; pensatore, seppur dialettico; concettuale, ma non ermetico; appassionante, perché intenso. E si potrebbe continuare. Per gli addetti ai lavori è sempre un incanto scoprire quanto bisogno ancora ci sia di filosofia in una società in cui sempre più spesso sono i canali di produzione, di distribuzione a decodificare per l’ignaro spettatore, a sostituirsi o a supplire a ogni critica della coscienza. E il popolo che sabato e lunedì, 17 e 19 marzo, ha invaso il Teatro della Corte – ragazzi, adulti, anziani - sembrava davvero volersi opporre a questa cultura – cultura? - dominante per bere direttamente dalla fonte della saggezza, per rinfrancarsi dopo tanto effimero quotidiano, per rinvigorire la propria capacità ermeneutica, interpretativa, decodificante, per ricordare a se stesso e al mondo che noi siamo perché pensiamo, esistiamo – e non stiamo come le cose - perché siamo consapevoli anche e soprattutto di quello che ci propinano attraverso immagini tecniche, slogan persuasivi, pubblicità e quant’altro serve per renderci passivi fruitori di alimenti indigesti.

L’evento è a cura di Aldo Viganò che di volta in volta presenta l’ospite. Le prime due serate sono state davvero singolari se si pensa che i due relatori hanno interpretato Platone in modo totalmente opposto. Mancuso dal punto di vista del teologo, Vattimo da quello del filosofo. Il primo con le sue certezze, il secondo con le sue incertezze.

Durante la prima serata, intitolata Amore ed erotismo, è stata emozionante la lettura del Simposio, drammatizzata da Eros Pagni, Omero Antonutti e Federico Vanni. Vattimo è stato molto colloquiale, forse troppo, a tal punto che a volte ha dato la sensazione di dimenticare di concludere la frase iniziata. Poche spiegazioni sul testo, che di per sé per fortuna già diceva tanto in modo esplicito. Non possiamo negare però che tra le battute – alcune delle quali davvero spassose -, l’aria familiare, i sorrisi e il feed-back dal pubblico, Vattimo scrittore è emerso. La nostalgia di completezza è alla base dell’innamoramento, ha spiegato il filosofo seguendo Platone. Un completamento di cui non possiamo fare a meno, al quale riteniamo di aver diritto. L’esperienza amorosa in Platone diviene esperienza conoscitiva, anzi è l’unica esperienza conoscitiva.

Così il bello e non il vero diventa il valore supremo. Interessante anche l’analisi di Alcibiade – l’amante di Socrate che compare ubriaco durante il simposio. Vattimo riflette sul turbamento che provoca l’apparizione di Alcibiade. Il bel giovane rappresenta, proprio a conclusione del Simposio, la crisi della bellezza armoniosa. Ricorda quello che Nietzsche chiamerà ne La nascita della tragedia il dionisiaco, che qui emerge nella sua lotta con l’apollineo, forse percepibile nello stesso personaggio. Alcibiade in fondo rappresenta i due impulsi: la vita vivente – l’Alcibiade ubriaco - e la forma perfetta – l’Alcibiade saggio, bello, visibile, amabile - che loda Socrate. La bellezza - se c’è - deve sintetizzare sia la bellezza di Apollo sia quella di Dioniso che è vitalità, rottura, crisi. Vattimo inoltre ha affermato che l’estetica novecentesca ha operato dionisiacamente: ha messo in crisi l’equilibrio della cultura dominante.

Con Vito Mancuso invece gli spettatori hanno goduto delle letture del Fedro, del Fedone e della Repubblica (Libro VII e X), drammatizzate dalle bravissime Orietta Notari ed Elisabetta Pozzi. Mancuso è sembrato molto più attrezzato dialetticamente di Vattimo – mmettiamolo -, più persuasivo, più retore, più comunicativo, anche soltanto per la serata del 19 marzo – forse l’aveva presa in modo più serio? Epperò teoreticamente Vattimo è Vattimo e Mancuso rimane un teologo, seppur di grandissimo livello. Questa idea di leggere Platone facendone emergere la contemporaneità attraverso la revisione del cristianesimo cattolico, ellenizzato e impastato con l’evoluzionismo e l’emergentismo mi sembra nient’affatto filosofica.

Mancuso ha sintetizzato la sua teoria sulle cinque discontinuità del cammino cosmico, con tanto di schema alla lavagna, soffermandosi più volte sul 'secondo tempo' della vita – si suppone quello dell’aldilà. Persino convincente. Per fortuna Platone si difendeva da solo. Così il Mito della caverna che Mancuso ha analizzato dal punto di vista teologico si è disvelato, con la sola lettura drammatizzata, per ciò che è: metafora del cammino della conoscenza in tutte le forme possibili, metafora di un’esistenza in cui amore e sapienza si identificano. Mancuso ha infine espresso il suo parere su chi è il filosofo. Sua la frase seguente: «Il primo segnale di una coscienza che si sveglia alla filosofia è la negazione dell’esistenza concreta». Nessun commento. È decontestualizzata, lo so. Sarebbe davvero ingiusto senza proporre l’intera relazione.

Di fatto, anche in questo secondo incontro – dal titolo L’anima e il suo destino - ha vinto il pensiero. Che si concordi o meno con lui, Mancuso è stato bravo, la gente lo ha ascoltato, interessata, affascinata e pensosa. E l’analisi del testo di Platone ha permesso a chi ascoltava di accogliere la lettura che seguiva con maggiore interesse e personale consapevolezza. Ognuno la pensa a modo proprio. Per fortuna!, dico io; grazie a Dio!, direbbe Mancuso.

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