Attualità Genova Venerdì 16 marzo 2012

Genova. Romano Prodi a Palazzo Ducale: «L'euro necessario. Merkel e Sarkozy leader barometrici»

Venerdì 16 marzo alle ore 17.45 il Salone del Maggior Consiglio di Palazzo Ducale ospita Europa: quali risposte alla crisi?, conferenza di Romano Prodi che inaugura il ciclo di incontri Letture Europee.
L'ingresso è gratuito.

Genova - Le sferzate della crisi, il cambio in corsa del governo Monti e un'Europa che scricchiola sotto le bordate degli euroscettici. Ma anche l'entusiasmo frenato, i progetti naufragati e un'Unione Europea sempre più costruita sulle economie e sempre meno su un comune progetto culturale e legislativo.
Ne abbiamo parlato con Romano Prodi, ex capo del governo italiano e presidente della Commissione Europea, professore di economia e tra i padri fondatori dell'Euro, che oggi, venerdì 16 marzo, a Palazzo Ducale incontra il pubblico per spiegare perché, nonostante tutto, in questo momento l'Unione Europea e la moneta unica sono necessarie quanto mai prima.
Lo raggiungiamo al telefono a Bologna, dove è appena stato insignito del Sigillum Magnum, il massimo riconoscimento dell'Università felsinea: insieme al professore, sono stati premiati anche il presidente dell'Eurogruppo, Jean-Claude Juncker, e Helmut Kohl - assente per motivi di salute. È il terzetto che, nel 1991, pose le basi del trattato di Maastricht dando la spinta decisiva alla rivoluzione monetaria.

«È stato interessante richiamare il momento di costituzione dell'euro, riunendo le persone che hanno avuto un ruolo nella nascita della moneta unica - spiega pacato Romano Prodi, in viaggio verso Genova - Questa mattina ho avuto una lunga telefonata con la moglie di Helmut Kohl: non appena sarà possibile andremo a Berlino per completare la cerimonia. È un modo per riaffermare una fede nell'europeismo in un momento, come quello attuale, in cui la fede è messa da più parti in discussione».

A vent'anni da Maastricht, cosa resta oggi di quell'idea di Europa?
«Dell'idea di Maastricht non resta molto: si sono persi un po' l'idealismo e la gioia nei confronti del progetto europeo, ma resta forte la necessità dell'euro, della moneta unica».

Perché?
«Perché è impossibile presentarsi nel mercato globale frammentati come eravamo prima: come potremmo competere con Cina e Stati Uniti? Senza l'euro sarebbe impensabile sotto molti punti di vista».

E l'Europa in che direzione va?
«Merkel e Sarkozy ritardano, ritardano e ritardano: se non avessero aspettato tanto nel prendere le loro decisioni, le riforme sarebbero costate un quindicesimo di quanto sono costate ora. Il problema è che sono leader barometrici, mentre invece in questo momento ci sarebbe bisogno di una leadership con un progetto di lungo periodo. Kohl ce l'aveva, Merkel e Sarkozy ce l'hanno meno, ma il cammino è segnato per tutti: dovrebbero affrontarlo con più gioia».

Se fosse stato ancora lei ai vertici dell'Ue, come si sarebbe comportato di fronte alla crisi?
«È qualcosa che ho già vissuto in prima persona nel 2003, quand'ero a capo della Commissione europea (l'organo esecutivo della Ue, ndr): all'epoca Francia e Gran Bretagna si erano ribellate a politiche economiche comuni, si è arrivati a uno scontro tra gli interessi della comunità e quelli della prevalenza degli stati nazionali. C'è stata una battaglia, ma alla fine si è giunti a una soluzione comune. Oggi invece la Commissione è assente: alla fine la divergenze si ricompongono lo stesso, ma si perde moltissimo tempo».

Oggi la crisi economica ha un impatto diverso sulle politiche europee?
«La crisi ha fatto emergere le dicotomie tra gli stati nazionali, ma sono convinto che col passare del tempo la situazione si rimetterà».

Una critica comune a questo modello di Europa è che all'unione monetaria non sono corrisposte un'unione di culture e una legislazione comune.
«È difficile creare un'identità unica in un continente con storie nazionali lontane e nel quale si parlano 22 lingue diverse tra loro. Ma nel fondo del fondo di ciascuno di noi esiste una coscienza europea comune, ed esiste nonostante gli attacchi - molto spesso estemporanei - di gruppi di euroscettici. Credo occorra lavorare in questa direzione».

Giudica sufficiente l'operato del governo Monti?
«Non parlo di cose italiane. Posso però dire che la nostra immagine è profondamente diversa da quella di quattro mesi fa. E l'Italia si è inserita nuovamente all'interno delle politiche europee. Però ci vorrà del tempo per riconquistarci il nostro ruolo. I segnali ci sono: Angela Merkel a Roma, il ritorno di Monti tra i leader più citati e fotografati. E soprattutto non ci sono più immagini come quella di Berlusconi che si presenta in Europa circondato da tutti i suoi funzionari, mentre tutti gli altri leader lo evitano».

È un'immagine che potremmo vedere ancora in futuro?

«Questo non so dirlo, ma comunque non lo escludo».

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