Concerti Genova Venerdì 16 marzo 2012

Ivano Fossati: l'addio alle scene il 19 marzo. L'intervista

Lunedì 19 marzo, alle ore 21, presso il Teatro Strehler (largo Greppi 1), Ivano Fossati si congeda dal pubblico con l'ultima data del Decadancing Tour.
Biglietti: platea 60 Eu + 9 Eu prev; balconata 40 Eu + 9 prev; ingresso in piedi 25 Eu + 3,75 prev

Genova - Tutto sta nel modo. In particolare nel mondo del rock, dove ogni notizia viene caricata, esasperata, sparata a tutto volume. La band americana dei R.e.m. lo ha comunicato ai fans con tre righe sul sito internet; Vasco Rossi - sempre tra quelli che hanno appeso il microfono al chiodo nel 2011 - ha dovuto dire basta dopo una carriera «al massimo» e qualche ricovero in clinica di troppo; gli intramontabili Stones del quasi settantenne Mick Jagger sembrano non volerlo fare mai.

Ivano Fossati invece lo ha fatto alla sua maniera, lo scorso ottobre: ha annunciato il suo ritiro dalle scene musicali in tv, seduto alla scrivania dell’amico Fabio Fazio, davanti ai milioni di telespettatori di Che tempo che fa, ma con lo sguardo sereno e gli occhi semplici di sempre. E senza troppe parole.
Ha detto addio a dischi e palcoscenico all’insegna del tipico understatement genovese, lui che sotto la Lanterna è nato, cresciuto e ha abitato fino a quando non ha scelto la pace della sua casa tra gli ulivi di Leivi, nell’entroterra di Chiavari.

«L’ho sempre saputo, ci pensavo da due o tre anni - ha spiegato questo cantautore colto, che racconta l’Italia da quarant’anni anni ma tutto sembra tranne che una star - e a sessant’anni ho la sensazione che forse potrei fare altro. Un motivo più concreto, poi, è che mi sono domandato se per il prossimo album ipotetico da fare fra quattro anni sarei stato in grado di metterci la stessa passione e la stessa lucidità. E ogni volta che mi sono fatto questa domanda mi sono risposto: non lo so».

Tutto sta nel modo, anche quello di prendere la decisione e capire cosa si farà «da grandi». Fossati è ancora impegnato nel Decadancing Tour, ultima tournée per promuovere il suo ultimo disco, e finirà di girare l’Italia verso metà marzo (il 19 al Piccolo di Milano il passo d’addio). Il ritiro dalle scene diventa così l’occasione per ripercorrere le tante tappe di una carriera fatta di pezzi di storia della canzone (Jesahel e Una notte in Italia come La mia banda suona il rock, La Canzone popolare o La costruzione di un amore e Musica moderna), e fermarsi e pensare a chi potrà cantare i suoi pezzi. O per dimenticare per un attimo le centinaia di migliaia di dischi venduti, gli oltre venti album pubblicati, le canzoni scritte per Mina, De Andrè, Celentano, Mannoia, Vanoni, e tornare con i ricordi alle origini, alla sua Genova. Raccontare dopo tanto tempo l’inizio di tutto, quando era ragazzino e passava le giornate a «schitarrare con gli amici sulle panchine di piazza Galileo Ferraris, a Marassi».

Il suo quartiere, da cui è partito chitarra a tracolla per scalare le classifiche con i Delirium, che allora si chiamavano ancora 'Sagittari'. Marassi è la Genova a cui pensa per prima?
È la prima immagine della mia città che mi viene in mente, il luogo a cui pensare 'a pelle', a cui ritorna il pensiero. Quasi più una sensazione che un ricordo. In sogno ritorno lì.

Il quartiere spazzato via dall’alluvione di novembre, poco dopo il suo annuncio dell’addio alla musica in tv.
Quello che mi ha visto crescere fino a 15 anni: il quartiere di casa, degli amici che ancora in tanti vivono e vado a trovare lì dove ci siamo lasciati. Vederlo sepolto dal fango è stato un grande dolore: sarebbe stato terribile in ogni altro angolo di Genova, ma vedere l’onda di piena arrivare lì nei miei posti, dove conosci tutti, ogni singolo angolo dei palazzi, provoca una grande e profonda tristezza.

Chi era l’Ivano Fossati quindicenne?

Un ragazzino che andava al Liceo D’Oria con gli altri trenta asini della sua classe, e non vedeva l’ora di uscire da scuola per perdersi nelle vetrine sulla via del ritorno a casa. In via Brigate Liguria c’erano la Upim, la Standa, negozi di dischi dove immergersi e perdersi per ore.

C’era già la musica, a distrarre dalla scuola?
Non solo, c’erano i film di Sergio Leone con Clint Eastwood, gli amici, tutto quello che può interessare un ragazzino che non ha voglia di studiare. Ero nel pieno di un guazzabuglio di desideri. Immagina trenta compagni di classe che hanno voglia di tutto tranne che di stare a scuola. Il miracolo lo faceva tutte le mattine la professoressa Rolla, una donnetta già anziana che insegnava lettere. Aveva una bellissima casa vista mare a Carignano, e faceva amare la sua materia come nessuno: la mitologia classica la faceva diventare cinema, ci faceva innamorare.

Torniamo al presente, se non al futuro: abbandona le scene senza rimpianti?
Assolutamente sì. Lascio il mondo discografico, però: non la musica. E la cosa più bella è che non ho ancora realmente deciso cosa farò: e questo mi tiene in uno stato positivo di curiosità. È un buon momento proprio perché non so bene cosa succederà di me, e la cosa mi piace, mi costringe a studiarmi, immaginarmi in un modo diverso.

Non vedremo più suoi dischi, saluta il pubblico con l’ultimo Decadancing. Lei però ha sempre scritto per cantanti e cantautori, l’ultima è Laura Pausini: per chi vorrebbe comporre in futuro?
Se mi verranno, e bene, nuove canzoni, le proporrò a uno dei tanti bravi artisti giovani che ancora sono in scena. Li conosco quasi tutti: mi piacciono molto Marco Mengoni, Noemi, Caparezza, pure i Subsonica, al successo ormai da anni. Mi piacciono in tanti.

Al Carlo Felice aveva festeggiato i 50 anni, e a gennaio ha salutato con un concerto speciale il pubblico di Genova. Poi è tornato ancora 'a casa' per ritirare il Grifo d’oro, l’onorificenza che celebra chi porta il nome della città nel mondo. Che effetto le ha fatto?
È stato un riconoscimento inaspettato, e molto bello. Non si ha idea di quanto aiuti l’essere genovese in giro per il mondo. Soprattutto quando ho lavorato lontano, ho suonato negli Stati Uniti, in giro per l’Europa, in Russia: ovunque nel mondo ci conoscono bene, sanno la nostra storia. Siamo abituati a sentirci provinciali, ma dobbiamo essere orgogliosi della nostra storia, della nostra cultura, della nostra lingua.

Quella che lei ha messo in musica, tra tutti, per Fabrizio De André, in Mêgu megùn e A çimma.
Il genovese mi ha anche aiutato a scrivere canzoni. Scrivo - e penso scriverò - canzoni in italiano, ma le penso spesso in genovese. È la stessa cosa dell’inglese: in genovese spesso si dice bene, e in poche parole.

Tutto questo futuro
Lo spettacolo dello scorso 28 gennaio al Teatro Carlo Felice è stato probabilmente il saluto in musica di Ivano Fossati alla sua Genova, così come quelli romani del 14 e del 15 marzo e quello al Piccolo di Milano del 19 dovrebbero essere i concerti d’addio alle scene del cantautore ligure.

Ivano Fossati
Nato nel settembre del 1951, cresciuto a Marassi, quartiere popolare della città, esordisce appena ventenne nella band che diventerà i Delirium, formazione prog rock che arriverà al successo a Sanremo '72 con Jeshael. Considerato da subito tra gli autori più completi e colti della scena musicale, inizia a collaborare con i nomi più importanti della canzone italiana già nel 1977, con l’incontro con Mia Martini. Da allora scriverà canzoni e suonerà, tra gli altri, con Mina, Patty Pravo, Ornella Vanoni, Loredana Berté, Fabrizio De André, Claudio Baglioni, Laura Pausini. Tra i tanti suoi album più importanti, La mia banda suona il rock, Macramè, Musica moderna e l’ultimo Decadancing, chiuso dalla canzone che ha dato il titolo al libro autobiografico Tutto questo futuro (a cura del giornalista del Secolo XIX Renato Tortarolo, Rizzoli, pp. 272).

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