Teatro Genova Venerdì 16 marzo 2012

Genova. 'La scuola delle mogli' di Sciaccaluga al Teatro della Corte

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Genova - Gli spunti che il testo di Molière offre sono davvero inesauribili. Riuscire a rendere in scena la grandezza di quest’opera – che è insieme filosofica, sociologica, psicologica, antropologica, in una parola 'eterna' - è un'impresa non da poco. E non dimentichiamo le emozioni di cui si fa portavoce che aprono a ventaglio il range del possibile percettivo: dalla tristezza alla simpatia, dal disprezzo al dolore, dalla rabbia all’odio e poi all’amore e più su sino al divertente, allo spassoso quasi sfiorando il comico.

Ecco, semplicemente un’ardua scala da percorrere per afferrare la palma del successo. Ma Sciaccaluga e Pagni la meritano, insieme con gli altri. Nulla è fuori posto in questa rappresentazione, nulla in eccesso, nulla sbilanciato. I qui pro quo fanno ridere e pensare, la scenografia è eccellente nella sua volontà di non aggiungere al testo ulteriore implicito. Giusto. Non serve. E allora Sciaccaluga, abile il regista e fine spettatore di se stesso, apporta soltanto qualche piccola modifica: trasforma innanzitutto l’originaria piazza parigina, in cui si svolgono gli eventi, in un interno cittadino sì, ma provinciale, e aggiunge altri due interni domestici, lo studio di Arnolfo e la sala da pranzo della casa in cui i due domestici, Giorgina e Alain – da notare che l’interprete di Alain è lo stesso scenografo - segregano Agnese.

Così viene resa al pubblico – grazie all’opera di Jean-Marc Stehlé e Catherine Rankl - la meraviglia di una realtà architettonica in cui il claustrofobico si sposa con il bello e si apre alla verità del mondo della vita. È dunque in uno scorcio di provincia che avvengono i fatti. E andiamo alla trama, articolata e forse – ma questa è un’improbabile critica al grande drammaturgo - troppo forzata alla fine. Arnolfo è un uomo avanti con gli anni, misogino se non addirittura misantropo. Ritiene il matrimonio una condanna all’onore degli uomini che a parer suo trascorrono il resto della vita da cornuti per troppa ingenuità e indulgenza nei confronti delle consorti. Descrive un quadro chiaro al suo amico Crisaldo, il quale però lo mette in guardia dal pericolo che sta correndo adesso che anche lui ha deciso di convolare a nozze.

Arnolfo mostra un’ostentata fiducia nelle proprie capacità di fine conoscitore del perfido animo femminile, lo informa che ha adottato tutte le misure necessarie per evitare le corna: la sua sposa è una ragazza sciocca e ingenua, cresciuta nell’ignoranza. Arnolfo infatti aveva ottenuto la tutela della ragazza, Agnese, sin da quando questa era soltanto un’infante. Deciso a sposarla non appena fosse stata in età da marito l’aveva nel frattempo fatta crescere in un convento, lontana dalle cose del mondo e soprattutto dalle cose dell’amore. Adesso Agnese è una signorina bellissima ma sciocca, intenta soltanto ai suoi lavori domestici e incapace di decodificare gli eventi se non nell’ottica dell’educazione ricevuta che l’ha voluta infante per sempre. Arnolfo dovrà arrendersi però alla realtà: la natura umana non è coercibile, né è possibile costringerla all’insipienza quando il fuoco della conoscenza è alimentato dall’amore. L’ingenua Agnese, innamorata di un ragazzo, comprende la condizione nella quale Arnolfo l’ha costretta e impara ben presto a liberarsi dalle catene dell’ignoranza. L’amore muove persino la sua penna sino ad acuirne l’ingegno, come dovrà desolatamente constatare il povero ma diabolico Arnolfo che si vedrà sprofondare nelle maglie del suo amore irragionevole per Agnese e di quello di Agnese per il giovane Orazio.

Eros Pagni è semplicemente superbo
. Espressioni, sguardi, movimenti, incertezze, tonalità. Tutto è misurato da un’introspezione che sembra nascere da sola dal fascino del personaggio incarnato. Il duetto di Pagni e Alice Arcuri, in cui la bella e triste Agnese legge il libretto con ‘le massime del matrimonio o i doveri della donna sposata’, è travolgente, intenso, divertente e conserva tutte le sfumature emotive di cui prima si diceva. È questa una variante al testo: Arnolfo invita Agnese a mantenere il ritmo nella lettura adottando un’improbabile metrica al fine di memorizzare meglio; nel frattempo lui batte il tempo picchettando con le dita sul tavolo e intervenendo nella lettura con incursioni spassose ed esilaranti.
Sta qui forse l’apice della commedia in cui la caratterizzazione dei due personaggi si fa esplicita e al contempo potente. Poche le altre varianti sul testo tradotto da Giovanni Raboni, forse la più importante è la parlata spagnola dei due domestici. Che però ha un senso. Questa è una commedia senza tempo e senza spazio, è come un vestito magico che si modella su qualsiasi corpo, allargandosi e stringendosi a seconda della necessità.

La grandezza di Molière è proprio questa. Parigi è soltanto per caso Parigi e il francese soltanto per caso francese. La vita è il palcoscenico in cui avviene la commedia, l’animo umano il suo protagonista, il Tempo la temporalità in cui è circoscritta, lo spazio interiore di ciascuno il deuteragonista. L’analisi antropologica dell’attore drammaturgo ha permesso così a due mondi – il nostro e il suo - lontani quasi quattrocento anni di divenire speculari, di guardarsi, ritrovarsi, riconoscersi. Sciaccaluga fa sì che questa comunicazione sia più chiara ed evidente. Ecco perché alla variante sui domestici aggiunge quella sul tempo della narrazione: fine Ottocento, inizi Novecento. Nella scena iniziale Arnolfo e Crisaldo si incontrano su un treno – alquanto improbabile nel Seicento. La scena finale, per ultimo, è un’ulteriore raffinatezza del regista: il protagonista, ancora sotto scacco della sorte –l a greca Ananke, il Destino, la Necessità da cui non possiamo sottrarci - subisce l’ennesimo smacco quando decide di spararsi ma la rivoltella fa cilecca.

Una lode va anche a Federico Vanni – il nostro Crisaldo - convincente e ben caratterizzato. Questa nuova produzione del Teatro Stabile di Genova è stata un successo di cui la città può andar fiera.

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