'Il matrimonio di Gimpel' alla Tosse per il Giorno della Memoria - Genova

Teatro Genova Teatro della Tosse Mercoledì 18 gennaio 2012

'Il matrimonio di Gimpel' alla Tosse per il Giorno della Memoria

© Alberto Rizzerio

Genova - A partire da un viaggio personale dentro una memoria familiare dispersa e vissuta di riflesso, la scenografa Danièle Sulewic (di origine ebrea polacca, ma nata e cresciuta a Parigi), storica fondatrice e scenografa del Teatro della Tosse, ha creato uno spettacolo teatrale ispirato alla tradizione narrativa yiddish (ormai scomparsa), Il matrimonio di Gimpel - in prima nazionale al Teatro della Tosse dal 22 al 24 gennaio 2012. Questo, che nel sottotitolo viene descritto come la "storia yiddish di un fornaio che il mondo crede sciocco", è un testo di Pietro Faiella e creato seguendo l'esempio delle due colonne portanti, Isaac Bashevis Singer e Shalom Aleikhem, di una cultura che continua a vivere perché è rappresentata.

A curare lo spettacolo accanto a Sulewich, l'attore Roberto Baldassari (spezzino che ha lavorato con Ronconi, Popolizio, Stein, Castri) e che sarà interprete-narratore in un monologo che si trasforma in dialogo tra linguaggi artistici alla presenza in scena di due musicisti: Franco Minelli, alla chitarra, che cura anche le musiche e Roberto Piga al violino. Lo spettacolo si inserisce nella programmazione legata al Giorno della Memoria ed è anche un tributo e un modo per ricordare Lele Luzzati (la serata del 23 gennaio) a cinque anni dalla sua scomparsa.

«Tutto nasce da un mondo che non c'è più - spiega Sulewich - e di cui restano tracce in un ricco immaginario e, quindi, dalla scenografia. In questi anni ho girato molto la Polonia, riscoprendo qualcosa che mi apparteneva, pur non avendoci mai vissuto: un mondo interiorizzato fatto per lo più di immagini e di architetture, che ho ritrovato sparsamente evocate in cortili e luoghi, dove un tempo sorgevano piccoli villaggi, gli shtetl, luoghi poetici e magici che si ritrovano nella pittura di Chagall, quello che forse ne ha colto appieno e restituito il significato al meglio. Quello che mi interessava era raccontare una storia in un modo che arrivasse alle persone e senza scadere in stereotipi visto che si tratta di un mondo fortemente codificato. Questo è il mio modo di affrontare la Shoah. Anche perché per quanto mi riguarda, la Shoah può solo essere raccontata dal silenzio e dal vuoto. Fino ai 30 anni, ho vissuto la Shoah come un peso, pensavo: noi cosa possiamo fare di fronte a 6 mila morti? Va detto che noi pagavamo un prezzo molto alto nel quotidiano: per esempio, in casa mia non si poteva mostrare la gioia, in nome di quei morti, io però lo trovavo ingiusto. Oggi sento una necessità: trasmettere i contenuti, la cultura non necessariamente parlando direttamente della Shoah ma offrendo materiali di riflessione ai giovani specie di fronte ai nuovi esempi di nazionalismo europeo, mi riferisco al caso dell'Ungheria che subito ha recuperato anche l'antisemitismo. Parola che in un incontro con alcuni giovani è circolata in modo forte fino a vedere qualcuno schierarsi e definirsi antisemita nonostante non avessero mai conosciuto una persona ebrea».

Lo spettacolo si articola su tre piani: narrazione, musica yiddish (un elemento che nella cultura è parte integrante del quotidiano) e foto ed elementi scenografici: bambole e cassette di legno, «elementi poveri che parlano dell'insegnamento di Lele, per uno spettacolo povero (le cassette sono gratis) e allusivo a un mondo fatto di legno. Le bambole invece, in scena, hanno una presenza metafisica e perdono quella valenza di giocattoli pur restando il forte legame con l'infanzia». Gimpel in Yiddish è una delle tante parole che alludono a una persona semplice e forse anche qualcosina in più, a un'idiota. In questa storia si racconta proprio «della sua vita, del suo matrimonio con una donna che lo tradisce e gli dà sei figli, che lui amerà come suoi, anche se la moglie non l'ha mai fatto entrare nella sua camera. Si racconta di un diverso considerato tale dalla sua comunità, a dimostrazione del fatto che la questione della diversità è argomento complesso e non si tratta sempre e solo di qualcosa che viene da altrove. Si parla però anche di uno spirito semplice e fiducioso che crede e viene beffato, ma continua ad avere fede e ad amare. Quando la moglie muore finalmente è libero di lasciare il villaggio e viaggiare per raccontare storie diventando il saggio. Alla fine Gimpel si salva proprio per l'amore per la vita e il suo essere fiducioso. Un messaggio che mi ha trasmesso anche Lele che non si stancava mai di ripetermi: "nella vita quasi tutto trova una soluzione" e credo che oggi fede e amore siano valori che tendiamo a trascurare e che siano invece da riproporre o almeno debbano stare al centro di una riflessione che non si può più rimandare».

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