Attualità Genova Venerdì 30 settembre 2011

Cesare Battisti, terrostita o perseguitato politico? L'intervista a Giuliano Turone

Genova - Nell'ottobre 1981 Cesare Battisti, ex criminale comune diventato terrorista dopo l’incontro in prigione con un leader dell’Autonomia organizzata, evade dal carcere di Frosinone e si rende latitante. Lo è ancora oggi. Pochi mesi dopo viene arrestato Pietro Mutti, anche lui militante dei Pac, Proletari armati per il comunismo, che decide di collaborare con la giustizia. Da allora, e sono passati trent’anni, Battisti è stato latitante in Messico, Francia e ora in Brasile e il suo caso, dalle pagine dei giornali di mezzo mondo, continua a dividere l’opinione pubblica, è pretesto per criticare il funzionamento della giustizia in Italia e fa litigare i governi: l’ultimo a negarne l’estradizione in Italia, in giugno, è stato quello brasiliano.

A questa infuocata vicenda Giuliano Turone dedica Il caso Battisti. Un terrorista omicida o un perseguitato politico? (Garzanti, pp. 180, 16.60 Eu), un bel libro chiaro e incalzante sugli anni di piombo. Il magistrato che per primo ha indagato su Cosa Nostra in Lombardia contribuendo all’arresto di Luciano Liggio e che ha scoperto la P2 con Gherardo Colombo, ora è in pensione e si dedica al teatro civile. Ma con altrettanta passione ha decrittato i 53 faldoni dei processi che hanno portato alla condanna di Battisti e degli altri militanti dei Pac, in maggioranza rei confessi che hanno scontato la loro pena.

Eppure, secondo i sostenitori di Battisti, molte delle accuse a suo carico non starebbero in piedi. Ad esempio, Battisti è stato condannato per i due omicidi Torreggiani e Sabbadin, avvenuti contemporaneamente a Milano e a Mestre il 16 febbraio '79. «Non è un controsenso – spiega Turone – perché Battisti è stato condannato nel primo caso per concorso morale e nel secondo come esecutore materiale».
Ma i fautori di Battisti controbattono che il concorso morale è un residuo dei tempi dell’Inquisizione. «Neppure questo è vero, le norme sul concorso morale – aggiunge il magistrato – esistono negli ordinamenti di tutti gli Stati di diritto, compresi Brasile e Francia: altrimenti, nel caso di un omicidio su commissione, sarebbe punibile solo l’esecutore materiale e non anche il mandante».

Dottor Turone, lei racconta la parabola dei Proletari armati per il comunismo e rende conto con puntiglio (e umiltà) di ciò che risulta dalle dieci sentenze relative e dai 53 faldoni di atti processuali. Alla fine Battisti è un martire perseguitato dalla giustizia italiana o un assassino?
«Preferisco che a questa domanda risponda il lettore sulla base delle informazioni fornite dal libro. Ovviamente io traggo le mie conclusioni, ma cerco di farlo solo dopo il lettore. Questo non è un libro scritto contro qualcuno. Volevo appunto mettere a disposizione del pubblico una massa di informazioni altrimenti accessibili solo agli addetti ai lavori. Ma posso senz’altro dire che da quelle sentenze e da quegli atti processuale emerge che i processi ai Pac sono stati equi e che il quadro probatorio che sta alla base delle condanne dei vari accusati, Battisti compreso, è solido».

Dietro il terrorista-scrittore di noir, ex portiere d’hotel in Francia, capace di sedurre la scrittrice Fred Vargas o il filosofo Bernard-Henry Lévy che lo hanno difeso, affiorano notizie sbagliate, pregiudizi verso l’Italia e la mitologia del personaggio.
«La disinformazione ha fatto sì che fosse messa in dubbio a livello internazionale la qualità della democrazia in Italia, che invece rimane uno Stato di diritto dove i processi si svolgono nel rispetto dei diritti della difesa. Penso che le offese ingiuste indirizzate al nostro Stato di diritto siano anche dovute alla grave perdita di credibilità internazionale che il nostro Paese ha subito negli ultimi anni».

Perché invita Battisti a ravvedersi e a tornare in Italia?
«Se io mi trovassi nei suoi panni, farei così. Il perché lo spiego nelle ultime pagine del libro. Tra l’altro, Battisti ha già trascorso quasi sette anni in carcere, che gli andrebbero computati nella pena da espiare, per cui sarebbero per lui più vicini i benefici penitenziari della legge Gozzini, grazie alla quale l’ergastolo non è più uno spauracchio così spaventoso».

Lei ricorda Sabina Rossa, figlia del sindacalista genovese Guido, e il fatto che di recente si sia battuta per far ottenere la liberazione condizionale al brigatista, condannato all’ergastolo, l’uomo che ha assassinato suo padre.
«Sì, è un esempio luminoso di come si possano superare gli anni di piombo senza offendere la sensibilità delle vittime. Il brigatista, in regime di semilibertà e impegnato in attività di volontariato, non aveva mai voluto disturbare i familiari della sua vittima per ottenerne una dichiarazione di “perdono” ai fini della liberazione condizionale. Sabina lo ha incontrato ed è stata capace di guardare avanti senza rancore».

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