Libri Genova Giovedì 29 settembre 2011

'Fiaba Nera': il romanzo di Rosa Cerrato

Venerdì 30 settembre 2011, alle ore 18.00, presso la libreria Books In (via Chiossone 4, Genova), presentazione del romanzo Fiaba Nera di Rosa Cerrato (Internòs Edizioni, 2011, 192 pp, 15 Eu).
Introduce la direttora di mentelocale.it Laura Guglielmi.

Genova - Per Poldo il mondo si era trasformato da un momento all’altro. Da quando c’era Sorellina – lui l’aveva battezzata così, i genitori la chiamavano quella, lo sgorbio, la piccola, il mostriciattolo, la bastarda, ma nessuno le aveva dato un vero nome – era perfino diventato quasi umano.
Il groppo di odio nel suo petto si era prima allentato poi sciolto. In un primo tempo aveva pensato che forse si sentiva meglio perché ora in casa c’era qualcuno più disgraziato di lui, in seguito aveva capito che Sorellina aveva dato un senso alla sua esistenza. Aveva risvegliato nel profondo della sua anima di ragazzetto umiliato e rancoroso un vago sentimento di
affetto, di appartenenza che si era andato consolidando di giorno in giorno.

Sorellina apparteneva a lui perché nessuno la voleva, lui le era indispensabile per vivere. Per questo Poldo era diventato importante. Era qualcuno da cui dipendeva un altro essere umano. Prese a comprare di nascosto il atte in polvere alla bambina per integrare la magra dieta materna. La cullava quando era in preda a crisi violente di astinenza. Quando infine la madre si stufò di provocare il marito con la bambina e da un giorno all’altro smise di occuparsene, scomparendo per due settimane, Poldo la nascose nello stanzino al buio e si recava regolarmente a darle il poppatoio e a cambiarla. Non la carezzava, non osava. La cullava goffo e le canticchiava canzoncine inventate con la sua voce stonata di bambino. Sorellina allora ascoltava incantata e lo guardava con gli occhi spalancati. Sorellina era il suo segreto. Qualcosa di tutto suo.

La donna tornò una notte, stravolta, malata. Il marito ne approfittò per riempirla di botte. Fu un miracolo se non morì, rimase a letto per diversi giorni priva di conoscenza.
Questa volta fu lui a sparire, temeva di averla uccisa e di finire in galera. Poldo si occupò della madre come poté, dottori non ne conosceva e soldi ne aveva pochi, gli servivano tutti per il latte della piccola. Se la donna fosse morta non avrebbe certo pianto. Invece sopravvisse. Il giorno che l’uomo tornò a casa incerto e chiese a Poldo:
“E quella puttana di tua madre?” lei sentì e prima che Poldo riuscisse a rispondere sghignazzò:
“Viva, per farti crepare di rabbia, stronzo”.

In quel momento si sentì venire dallo stanzino il pianto flebile di un bambino. I due si guardarono perplessi, poi guardarono Poldo.
“Cazzo, la bastarda è ancora viva”, sibilò l’uomo.
“Non certo per colpa mia”, rispose lei, decisa.
Guardarono Poldo e compresero in un attimo, lo acchiapparono e lo suonarono di santa ragione, poi si precipitarono come belve nello stanzino. D’improvviso avevano ritrovato il loro accordo. Prima che Poldo potesse fare qualcosa afferrarono il fagottino e presero ad infierire sulla piccola.
L’avrebbero certo uccisa se Poldo non avesse acceso un falò con carta e stracci nel cucinino. Richiamati dal fumo abbandonarono la preda svenuta sul lettino. Poldo la raccolse e scappò con lei in cantina. Non si accorgeva di piangere e singhiozzare, era solo deciso a fuggire con Sorellina per salvarla.

Restò nascosto due giorni e due notti, e quando non ebbe più un centesimo per comprare il latte rientrò a casa con cautela. La madre e il padre non c’erano. Si sistemò nello stanzino con Sorellina e si addormentò tenendola in braccio. Lei si lamentava piano.
L’uomo e la donna tornarono abbracciati la mattina presto. Avevano stretto una delle rare tregue della loro guerra infinita, lei era strafatta e lui sbronzo marcio. Sbatterono dietro di sé la porta della loro stanza e non ne uscirono che a pomeriggio inoltrato. Poldo aveva riflettuto e si era preparato il discorso. Aveva fatto il caffè forte come piaceva a loro. Quando lo videro lo guardarono come se nel frattempo si fossero dimenticati della sua esistenza.

“Lo stronzetto è tornato”, esclamò infine lui con voce impastata.
“Dove hai messo quell’aborto?”, chiese lei minacciosa fissandolo con occhi vitrei.
“Voglio divertirmi con quella bastarda, a voi cosa importa? Finché ne ho voglia la tengo, poi se mi stufo la butto el cesso. Faccio sempre tutto per voi”, disse schivando un calcio del padre e una sberla della madre, “le commissioni, a cucina, pulisco. Farò ancora di più, posso anche spacciare
la roba per Nando che me l’ha offerto. Sai quanti soldi, e alcool per te e roba per lei? Però mi lasciate la bastarda.”
La madre fermò la mano a mezz’aria. Il padre decise di non sferrare il secondo calcio.
“Perché vuoi tenerla? È un ingombro. Costa, mantenerla. E crescendo sarà sempre più difficile disfarsene”. I due si guardavano l’un l’altra dubbiosi. Barcollavano, si appoggiavano
al tavolo o alla parete. Il profumo forte del caffè li attirava irresistibile.

“Perché voglio anch’io qualcuno da picchiare. Voi me le date sempre e io mi voglio rifare su di lei. Magari muore presto, ma io mi sono tolta qualche soddisfazione. A voi che vi frega?” Un attimo di silenzio perplesso seguì quelle parole ciniche, poi i due scoppiarono in una risata sguaiata.
“Sei un vero bastardo anche tu, Poldo. Tu sì che sei nostro figlio. Se la mantieni con quello che guadagni, affari tuoi. Ma deve rendere bene quello che fai, lo sai che Nando è un farabutto e tira a fregare. Se non ci guadagniamo abbastanza...”.
E l’uomo fece un segno significativo con la mano alla gola. Poldo annuì. Aveva vinto, per il momento. Sorellina era salva.
“La picchio solo io. È mia”.
“Va be’, ma se la sento frignare non garantisco”, minacciò l’uomo già lontano col pensiero ingurgitando la sospirata tazza di caffè. Ammiccò allusivo alla donna, lei si sottrasse sgarbata alla mano che cercava la sua coscia. La tregua era già finita.

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