Libri Genova Martedì 13 settembre 2011

'Non è un paese per donne'. Il racconto di Emilia Marasco

Martedì 13 settembre è uscito in libreria il libro Non è un paese per donne (Piccola Biblioteca Oscar Mondadori, 2011, 210 pp, 9 Eu), a cura di Carmen Pellegrino e Cristina Zagaria.

Venerdì 14 ottobre 2011, alle ore 18.00, le autrici Francesca Barra, Alessandra Faiella ed Emilia Marasco, introdotte da Silvia Neonato, presentano il libro alla Feltrinelli di Genova (via Ceccardi 16r).

Di seguito pubblichiamo l'incipit del racconto Sorelle di Emilia Marasco.

Genova - Bianca. Mercoledì mattina. Le sei e mezzo

Un mercoledì di dicembre. Chissà che giorno è, l’11? Il 12? Bianca sbuffa: perché non riesce a ricordarlo? In macchina non ha nemmeno la radio, un display qualunque con il calendario, nulla. Il cellulare è nella borsa, guarderà dopo.
Nel fine settimana la città si è imbiancata, è stata la nevicata più spettacolare che abbia visto negli ultimi anni. Quando era bambina non nevicava quasi mai, era sempre un fatto eccezionale, invece ora nevica tutti gli anni; domenica la spiaggia sembrava un prato della Val
d’Aosta dislocato in riva al mare.
Freddo.

Bianca, mentre guida, a tratti si sporge in avanti a pulire il vetro appannato con uno straccio che poi appoggia sul sedile vicino.
Il suo respiro riempie l’abitacolo ma non lo scalda, si accorge di battere i denti, di essere scossa da un leggero tremito.
“Altro che freddo,” pensa “è nervosismo, devo stare calma, non può succedere niente oggi, almeno oggi andrà tutto liscio, poi si vedrà.”
Si accorge di avere le dita gelate. Forse ha sbagliato a mettere i mezzi guanti ma impicciano meno e, se deve trasportare le scatole, aprire il bagagliaio, non perde tempo a sfilarli e infilarli. Aveva pensato di prendere l’auto più grande, ci sarebbe stato tutto, se la sarebbero cavata con un solo viaggio, ma Poli ha detto di no, che oggi porta solo qualcosa – la roba del bambino – vuole tornare a casa ancora stasera.
Sospira.

Poli è così, indifesa ma decisa
. Aveva diciotto anni quando l’ha conosciuta, una bambina con gli occhi tristi. Il suo sguardo era un paesaggio scuro, un territorio inaccessibile.
Le ha perfino fatto un ritratto, a memoria, ma non ha mai avuto il coraggio di mostrarglielo, nel ritratto il suo viso è una maschera tragica: il pallore, la magrezza eccessiva, lo sguardo distante. No, non si sente di mostrarglielo o forse lo farà, un giorno, se tutto finirà bene.

Il 21 settembre era ancora estate, i genitori di Bianca erano in campagna con Simone, suo figlio. Lei aveva deciso di risistemare lo studio, aspettava un restauro importante per l’autunno, un libro antico dalla biblioteca di un convento. Aveva anche bisogno di un po’ di solitudine per dipingere, non avrebbe potuto farlo spesso, forse fino alla fine del lavoro di restauro. Lo sapeva anche Pietro, suo marito, e rispettava il suo spazio e il suo tempo, nello studio non metteva piede. Era estate ma lei certi giorni non sapeva che tempo fosse, non ci faceva caso, si chiudeva nello studio la mattina, mangiava uno yogurt, riemergeva la sera. Tranne il 21 settembre, quando decise di andare in casa dei suoi, al terzo piano dello stesso palazzo dello studio, a cercare un album di fotografie che le serviva per un quadro.

«Fai ritratti a tutti e mai a me» si lamentava sua madre.
Avrebbe scelto una foto della mamma giovane con lei bambina.
Decise di non prendere l’ascensore e per le scale incrociò Poli. Poli da qualche mese faceva le pulizie nella casa dei suoi, aveva sostituito la cognata, la sorella di suo marito, che aspettava un bambino.
Il marito di Poli è albanese, come lei, e ha una famiglia numerosa, una madre e quattro sorelle tutte sposate, con almeno due figli a testa: lui fa il muratore, due delle sue sorelle sono state colf dei genitori di Bianca. Gente unita, gran lavoratori.

Le scale erano in penombra, un raggio di luce che pioveva obliquo dal lucernaio del vano ascensore accarezzò il viso di Poli mentre si girava appena per salutare.
Era evidente che non aveva intenzione di fermarsi. Dapprima Bianca pensò che fosse un effetto del gioco di luci e ombre poi ne fu certa: Poli aveva il viso segnato da macchie livide e una striscia rossastra sotto un occhio.
D’istinto l’afferrò per un gomito mentre le passava accanto, prima che la oltrepassasse.
«Poli! Cosa ti è successo?»

Un sobbalzo e nessuna risposta. Bianca non mollò la presa, sentiva il braccio di Poli magrissimo sotto la sua mano.
«Vieni, torna su, ti prego, stavo andando in casa di mia madre, almeno vieni a bere un bicchier d’acqua.»
«No, no, vado via» diceva, intanto si lasciava trascinare, saliva barcollando un poco.
Il divano del salotto? La cucina? No, Bianca seguì ancora il suo istinto e portò Poli nella sua stanza da ragazza, quella che i genitori avevano lasciato esattamente com’era il giorno prima che si sposasse e andasse ad abitare due palazzi più in là – non una grande separazione, pensa Bianca mentre imbocca l’autostrada –, la loro bambina era diventata grande e quella camera con le tracce dell’adolescenza, i poster, i collage di fotografie delle vacanze, i libri dell’ultimo anno di liceo, un vecchio cane di pezza, era il segno tangibile che bambina lo era stata davvero, che quel tempo insieme lo avevano vissuto.

«Siediti sul letto, vado a prenderti l’acqua.»
Tornò con l’acqua e vide Poli appena appoggiata sul bordo del letto, sembrava più una che si stesse alzando che una che si era appena seduta.
«Non posso stare qui. Devo andare a casa, dal bambino.»
Beveva l’acqua, a piccoli sorsi, Bianca si mise vicino a lei, si sfilò le scarpe, cercò la posizione della confidenza. Le sembrava di aver appena lasciato quel letto, le sue amiche del cuore, i racconti di tutto un pomeriggio e delle notti d’estate mentre studiavano per la maturità e in due, a volte in tre, si fermavano a dormire: due sul letto, con quel caldo, e una su un materassino da campeggio che suo padre tirava fuori ridendo. «Beata gioventù», diceva «se io dovessi dormire qui sopra, al mattino ci vorrebbe una gru.»

Era vicina, sentiva il gomito puntuto di Poli contro la sua spalla.
«Siediti meglio, finisce che scivoli, dài, raccontami cosa è successo, vorrei aiutarti, chi ti ha ridotto così?» chiese, ma già lo sapeva, non era difficile capire.
Lo aveva pensato subito, sulle scale. Mentre riempiva il bicchiere d’acqua aveva davanti agli occhi l’immagine del marito di Poli. Lo conosceva, aveva lavorato quattro mesi alla ristrutturazione del suo appartamento – un bagno magnifico con le piastrelle posate con precisione, una lastra di marmo per il bancone della cucina... lui l’aveva trasportata da solo. Un uomo robusto, di altezza media, i capelli lunghi, il viso abbronzato e a volte un po’ acceso, era un tipo sanguigno, rideva forte, parlava forte, s’infiammava per niente, permaloso. Si era sempre comportato bene, era gentile ma, chissà perché, Bianca non aveva difficoltà a immaginare le sue mani pesanti sul viso di Poli, a immaginarne l’espressione rabbiosa.

Poli si lasciò andare indietro, pochi centimetri, quanto bastava per appoggiarsi alla spalla di Bianca semisdraiata vicino a lei.
Aveva un rigonfiamento a un lato della bocca e la traccia di una ferita all’orecchio, una cosa vecchia. “Chissà da quanto dura così” si chiese Bianca. Lo domandò a Poli e lei cominciò a raccontare.
Poli.

© Arnoldo Mondadori Editore
per gentile concessione dell'editore e dell'autrice

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