Libri Genova Martedì 31 maggio 2011

'Storia naturale di una famiglia' di Ester Armanino

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Genova - Una volta alla settimana mia madre apriva tutte le finestre della casa per cambiare aria. Il suo bisogno di aria nuova attorno contagiava anche noi che l’aiutavamo a spalancare tutto e fermare le porte con le sedie perché l’aria pulita scorresse come un ruscello nella nostra casa. Questo anche d’inverno, quando mio padre avrebbe mantenuto la stessa aria scaldata e riscaldata dai caloriferi fino a primavera.
La madre apriva le finestre e miriadi di acari, batteri e residui di fumo svanivano nell’aria pungente del corso. Mi diceva di inspirare forte. La imitavo. Inspiravo forte allargando un po’ le braccia. Portava i tappeti sul balcone, batteva i divani, scuoteva tutte le tende. Il padre, appena se ne accorgeva, andava fuori di sé e iniziava a chiudere tutto. Porte, finestre, entusiasmi. Le gridava che ci avrebbe fatto crepare tutti di freddo. La madre gli rispondeva che era quel puzzo di mozziconi che restava dappertutto a farci crepare.

Litigavano spesso.
Andavamo a letto e mettevamo la testa sotto il cuscino per non sentirli litigare. Poi la porta d’ingresso sbatteva ripercuotendosi fino nel materasso e ciò voleva dire che nostra madre se n’era andata di nuovo. Si assentava per ore e noi restavamo svegli fino a quando sentivamo la chiave nella porta, i passi sul pavimento, il suo corpo chinarsi sul nostro per baciarci la fronte. Io la stringevo forte, le dicevo: sei tornata, mentre Andrea fingeva di dormire, la schiena rivolta contro il mondo.

A volte Andrea piangeva e io m’intromettevo sotto le sue coperte e lui diceva: che fai, mi fai caldo. Ma non mi mandava via.
Andrea masticava le coperte e io lo imitavo. La lana strideva sotto i denti mentre lui mi elencava tutti i modi in cui la mamma sarebbe potuta morire. Poi lei ritornava e nostro padre non le chiedeva dov’era stata, poteva tutt’al piú mollarle uno schiaffetto, un gesto che scarabocchiasse un po’ d’autorità tra le mura domestiche, ma che in fondo era già pentito sul nascere. Le diceva: ti sembra un comportamento da madre e da moglie?
Ma a lei non importava e ci stringeva tra le braccia, quasi avesse ritrovato i suoi figli dopo un rapimento.

Nelle sere di pace, invece, i miei genitori guardavano insieme la televisione. Lei sedeva composta in poltrona e lui scivolava lungo il divano occupandolo per intero. Nell’intimità domestica mia madre era solita mantenere quell’eleganza che la distingueva anche al di fuori, un filo di trucco e i capelli raccolti, mentre mio padre, appena varcata la soglia di casa, perdeva pezzi di formalità, portamento, si slabbrava come l’elastico del suo pigiama e andava in deliquio sul divano con l’unica cura di mantenere in bilico sul bracciolo destro il pesante posacenere di cristallo.

Si erano conosciuti a una festa, molti anni prima. Avevano amici in comune tra i quali un finto Gigi Rizzi che provvedeva a invitare le ragazze alle feste. Mia madre era stata il pezzo forte della serata: frangia voluttuosa sugli occhi bistrati, veste corta cinta in vita da un foulard, gambe nude e affusolate. Come se non bastasse, faceva lo sguardo.
Fissava intensamente attraverso la trappola del rimmel, poi batteva le ciglia e un attimo dopo la sua attenzione era altrove. Non guardava mai due volte la stessa persona.
Non con lo sguardo. Mio padre era stato guardato cosí, una volta soltanto. Le si era avvicinato e lei non l’aveva piú considerato. Per questo poi si sono sposati.

Prima si erano frequentati per una decina di mesi. Lui le mandava una rosa alla settimana, spergiurando che l’avrebbe fatto per sempre. Lei ricambiava con lettere appassionate, ciocche di capelli in mezzo ai libri di poesie, morsetti sui lobi quando erano al cinema. Lui le ha chiesto di sposarlo dopo un anno nemmeno, al riparo dalla pioggia nel portone dei suoi genitori, con la bocca che sapeva di polpette messicane. Anziché dire: ci vediamo domani, le ha detto:
sposiamoci. Lei si è commossa, l’ha baciato con ardore e nel gusto piccante del chili ha detto di sí.
Si sono sposati in chiesa. Lei portava il velo e l’ha sollevato per baciare lo sposo. Lui l’ha protetta durante il lancio del riso. Lei era bella, lui fotogenico. Lei ha lanciato il mazzo di fiori dritto sul vassoio del cameriere. Lui si è messo le mani nei capelli. Tutti hanno riso. Mai avuto
mira. Come quando ci tirava le sberle. Queste cose le so perché ho sfogliato tantissime volte l’album del loro matrimonio. Soltanto per cercarne il motivo.
E sono andati in luna di miele. Egitto e piramidi. E lui è tornato con la dissenteria. Poi sono passati ai figli. Prima il maschio, il cognome in salvo. Poi la femmina. Il terzo non è mai nato.

Una sera sono tornati a casa e mia madre era molto triste. La signora Rosetta si era trattenuta dopo le pulizie per non lasciarci soli. L’hanno ringraziata e congedata con strani gesti, per dire: spiegheremo poi, nel modo adulto. Mia madre ha telefonato a sua madre. Bisbigliato nella cornetta parlando al passato. Il soggetto delle sue frasi enigmatiche era qualcosa che aveva perduto. Ha cucinato mio padre.
Non l’aveva mai fatto e quella sera invece si era deciso, ha messo una pentola d’acqua sul fuoco e i piatti sulla tovaglia. Pasta al pesto senza sale, ma nessuno glielo ha fatto notare. Mia madre non ha voluto mangiare. È rimasta seduta sul divano, sprigionando il suo profumo nell’aria,
Eau de Rochas. Si guardava le unghie. L’unico momento della sua vita in cui è rimasta senza fare qualcosa. Poi mio padre si è seduto accanto a lei, ha acceso la televisione e mia madre si è alzata, è andata a sparecchiare.



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