Attualità Genova Mercoledì 11 maggio 2011

L'Occidente estremo di Federico Rampini tra l'ascesa dell'impero cinese e il declino della potenza americana

Genova - Di se stesso dice: «Non voglio diventare un guru, ma fornire resoconti di vita vissuta da cui trarre lezioni su come va il mondo». Federico Rampini è un giornalista diviso tra New York e Pechino. Autore di numerosi saggi, ha intuito e seguito la nascita della superpotenza cinese, continuando ad analizzare con lucidità e spirito critico i grandi cambiamenti globali. Il suo ultimo volume è Occidente Estremo, il nostro futuro tra l'ascesa dell'impero cinese e il declino della potenza americana (Mondadori 2010).

I dati dell'ultimo censimento nazionale della popolazione cinese, rilasciati il 28 aprile, sono sorprendenti. Il tasso di crescita della popolazione si è dimezzato in dieci anni, mentre quello della fertilità e sceso a 1,4 figli per donna, insufficiente per garantire un ricambio generazionale e lontanissimo dal 5.1 del 1950. Nel frattempo la popolazione cinese invecchia, aumentando la pressione sui più giovani, e la politica del figlio unico ha creato una società in prevalenza maschile. Tanto che secondo l'Economist potrebbe essere la prima nazione al mondo a invecchiare prima ancora di diventare ricca.

La Cina è ancora quella del Secolo Cinese o l'Impero in ascesa del sottotitolo del suo libro inizia a scricchiolare?

«Il Secolo Cinese è appena iniziato, l'ascesa sarà continua. Se guardiamo la ricchezza lorda il sorpasso degli Stati Uniti è certo, le ultime proiezioni lo danno a cinque anni, ma non si tratta soltanto di ricchezza bruta. La Cina si appresta a fare il salto di qualità e a non essere solamente la fabbrica del pianeta, ma una vera e propria fabbrica di tecnologia e scienza.
Lo vediamo già oggi: nel 2010 ha depositato un numero di brevetti superiore a quello di tutta Europa, Germania compresa. Non bisogna dimenticare neppure l'aspetto militare: la Cina ha iniziato la costruzione della prima flotta strategica della sua storia moderna e ha già dimostrato di possedere la tecnologia necessaria a distruggere un satellite. L'espansione cinese in Africa e negli altri Paesi procede con una velocità devastante. Ero nel seguito del presidente Obama durante la sua recente visita in Brasile: lì la Cina ha già superato gli Usa come primo partner. La battuta dell'Economist è una citazione degli stessi cinesi e si riferisce unicamente alla ricchezza procapite. Le ultime proiezioni dell'Istituto Demografico delle Nazioni Unite danno un sorpasso dell'India in cinquant'anni e un dimezzamento a 750 milioni di abitanti per la fine del secolo se non verrà modificata la politica del figlio unico. Ma il dibattito è aperto da tempo e gli aggiustamenti sono già in corso».

Per alcuni il declino americano non sarebbe che un momento di riassesto, come le difficoltà vissute durante la presidenza Carter e negli anni Ottanta con l'invasione dei prodotti giapponesi. Insomma, la filosofia dell'eccezionialismo americano sarebbe in crisi non solo per cause esterne, ma minata soprattutto dall'interno. La sua potenza però sarebbe ancora grande ed in grado di stupire il mondo. Lei cosa ne pensa?
«Gli Usa possono sempre stupire il mondo. Nonostante gli enormi problemi sono ancora la principale fabbrica di idee e rimarranno tali. La loro società è aperta, multietnica e liberale; il sistema universitario è il migliore e in grado di esaltare le capacità individuali. I motivi della crisi però sono molto più gravi di quelli degli anni Settanta: da allora il debito pubblico è raddoppiato e l'economia stremata da due guerre, che sono costate più di 3000 miliardi di dollari e dalle politiche economiche dissennate dei due governi Bush. Nel frattempo, la Cina piazzava i licei di Shanghai nei primi posti della classifica mondiale e quelli americani scivolavano al venticinquesimo. Quello vissuto dagli Stati Uniti è un collasso quotidiano, fatto di declino di tutte le infrastrutture, che siano dei trasporti, ospedaliere o telefoniche. Sembra incredibile, ma la ricezione è pessima in molte parti del Paese, la qualità dei collegamenti scarsa anche nelle grandi città. È un segno del disinvestimento delle strutture private, i colossi stanno creando un sistema sempre più oligopolistico a scapito dei servizi. Lo strapotere delle grandi imprese non è più controbilanciato dallo Stato, che non riesce più a fare da contraltare. È la sindrome del declino: il Paese è diventato talmente autoreferenziale da non essere più in grado di rendersi conto dell'abisso in cui sta precipitando. L'americano è talmente abituato a essere il primo della classe da aver smesso di confrontarsi».

L'ultima copertina del New Yorker è esplicativa: il volto di Bin Laden, disegnato su un quaderno da disegno, viene cancellato con un colpo di gomma lasciando una superficie bianca, pronta per essere riscritta. È così anche per l'opinione pubblica americana?
«L'uccisione di Bin Laden è stato un grande successo di Obama, ma è avvenuta a margine di un evento altrettanto importante: le rivoluzioni nel mondo arabo. Prima che dagli Stati Uniti, Bin Laden è stato ucciso dalla primavera araba: nessuna delle popolazioni in rivolta faceva riferimento alla sua filosofia e ad Al Quaeda, ma al mondo occidentale. La sua uccisione è solo il suggello simbolico finale. Riallacciandomi al dualismo tra Usa e Cina, l'egemonia culturale vede gli Stati Uniti in vantaggio: la Cina è in grado di esportare capitali e merci, non valori. Gli Stati Uniti invece continuano ad essere una fabbrica di sogni».

La riflessione si concentra sempre più sul riassetto della situazione in Afghanistan. Ritiene che si possa arrivare a un ritiro in tempi brevi?
«Barack Obama sta tenendo duro sull'idea che la partita non si sia chiusa con la morte di Bin Laden. Sta seguendo la linea da lui iniziata nel 2009. A luglio si procederà al ritiro come già previsto, ma non sarà una ritirata totale».

Ho letto sul suo blog l'intervista al teorico neo liberalista Joseph Nye e la riflessione sul concetto di soft power (egemonia culturale, capacità di creare alleanze basate sul consenso) del presidente Obama. Mi ha colpito la sobrietà con cui il presidente ha raccontato la morte di Osama alla nazione, evitando enfasi e trionfalismi. Mi è parsa soprattutto una vittoria psicologica. Da inviato come ha percepito le reazioni della popolazione?
«Sono state molto composte, credo che abbia pesato questo suo atteggiamento. Siamo molto lontani dal discorso Mission Accomplished di George W. Bush, sul ponte di una portaerei dopo la caduta di Saddam. Lo stile sobrio e cerebrale di Obama lo ha reso spesso poco simpatico agli occhi dell'opinione pubblica, ma ha contribuito alla freddezza con cui ha gestito una situazione dalle conseguenze potenzialmente devastanti. Questa sua reazione ha contribuito ad appannare ulteriormente un'immagine di Bin Laden già superata. Al Qaeda rimane una minaccia dal punto di vista terroristico, non come capacità di imporsi a leader del mondo arabo».

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