Teatro Genova Teatro Hops Venerdì 29 aprile 2011

'Studio per un Riccardo III' di Mario Jorio

Genova - No, non è storpio. Non è gobbo, né brutto. Il Riccardo III, tratto da Shakespeare e da altri, di Mario Jorio (anche regista) e interpretato da Federico Giani, è semplicemente un uomo la cui umanità vive di eccessi: un umano troppo umano. In questo Studio per un Riccardo III. Il dramma di un amore mancato - in scena al Teatro Hops fino al 30 aprile (ore 21) - l'eroe della tragedia shakespeariana è colto nella sua intimità, in preda a feroci desideri, insaziabili brame, atroci incubi. È un investimento su quegli assolo che in Shakespeare ci portano dentro la mente del personaggio. Al suo fianco due figure femminili mutanti (Antonietta Bello e Stefania Pascali): ora serve, ora amanti (e qui è straordinaria la scelta del costume che con semplicità cela femmine procaci sotto vesti da domestiche con un tocco d'epoca in un sottogonna steccato); ma all'occasione anche personaggi femminili e maschili della trama del Bardo, Lady Anne e il suo fantasma, il Duca di Buckingham e il suo spettro, la Regina Margherita, la Duchessa di York, madre di Riccardo.

Come indica il sottotitolo dramma di un amore mancato, qui si vuole raccontare la storia di un uomo più che di un regno insanguinato, la storia folle di un essere la cui emotività è incontinente e non conosce moderazione perché non è stato educato agli effetti, ma brutalmente e precocemente deprivato.

Strappando il testo alla sua trama, Jorio ce ne restituisce bocconi intensi, scaraventandoci nei suoi momenti più alti, più poetici, più strazianti più espliciti: alcune scene di sesso diventano emblema del desiderio carnale di Riccardo III verso tutto ciò a cui volgarmente anela. La crudeltà è il gioco di un uomo-bambino escluso troppo presto dall'amore e perciò uso a uccidere, torturare e violentare proprio come un bimbetto farebbe con un insetto o una lucertola.

Sul piccolo palco dell'Hops gli interpreti si muovono, agiscono con grande precisione e trasformano di volta in volta una scenografia essenziale e volutamente posticcia in quegli antri bui che sono del castello e della malvagità che il nome stesso di Riccardo III evoca.

Senza alcuna retorica, esponendosi a una continua autoironia gli interpreti, spesso sottoposti a quelle battute complesse che trasformano sillogismi in argute quanto aspre e auliche riflessioni, si districano con grande agio tra testo originale e altri frammenti e con piccoli gesti ricorrenti ci indicano uno stato d'animo (aggiustarsi il ciuffo è il gesto che anticipa la crudeltà in Riccardo III) o un nuovo personaggio (il dito indice che sfiora appena il labbro come su un baffo, trasforma Bello in Buckingham). L'essere attori o l'idea stessa di identità e rappresentazione di un io entrano in gioco in un sottile gioco di teatro-nel-teatro che è solo evocato, ma anche se solo suggerito, da occhiate, sorrisetti e silenzi, sembra precisa domanda: qual è il modo migliore di mandare in scena questo personaggio? E ridono l'uno dell'altro/a come a ricordare l'impervia missione a cui tutti anelano e di cui tutti temono l'esito.

Resta un gioco teatrale certo, ma anche un affondo non banale sui temi profondi di un umano difettoso e diverso che si aggira tra gli altri come un malvagio Faust, dal fascino irresistibile, pornografico per la cieca crudeltà che lo guida. Un gioco ben architettato, le cui regole diventano passaggi da un scena all'altra, intorno, dentro e fuori dall'immaginario e dalla logica di uno dei personaggi più complessi della drammaturgia shakesperiana.

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