Teatro Genova Teatro della Corte Mercoledì 30 marzo 2011

Ronconi e Melato per una nuova Nora da Ibsen

© M. Norberth
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Genova - Detrattori e seguaci, scettici e amanti per partito preso di Luca Ronconi o di Mariangela Melato, nessuno dovrebbe perdersi Nora alla prova da Casa di bambola, un'ottima prova di teatro - in scena al Teatro della Corte fino al 21 aprile.

Uscendo e entrando nei personaggi, percorrendo il mondo drammaturgico di Ibsen, Mariangela Melato ci restituisce un materiale complesso - non un personaggio - intenso, senza facili appoggi o tecnicismi: impersona, commenta, narra e altera (e alterna) i ruoli di due donne: Nora e Kristine, accanto alle attrici Barbara Moselli (per Nora) e Orietta Notari (per Kristine).

Luca Ronconi, che aveva presentato lo spettacolo con una battuta per lo meno paradossale - «Ho sempre pensato che il regista non sia una figura indispensabile» - presenta una regia estremamente forte e solida. A tratti un rompicapo mai difficile né contorto, ma da seguire con vera attenzione. Presente in scena in absentia, il regista a livello visivo è continuamente evocato dalle molte sedie da regista (appunto) - tutte contemporanee e portatrici dell'idea di precarietà, l'essere in prova - che creano una rigida coreografia: struttura su cui si basano i movimenti scenici e di volta in volta scene e personaggi cercano la loro collocazione spaziale.

E proprio il movimento (molti gli elementi scenici su ruote o che entrano in scena scorrendo, senza contare una zona circolare rotante e i tanti spostamenti di sedie e tavoli ad opera degli interpreti) è un'altra pratica dell'essere in prova, perché spostandosi in scena, creando nuove relazioni prossemiche, tra interpreti, ma anche tra interpreti e spazio, emergono nuove prospettive sulle relazioni interpersonali e nuove sfaccettature dei personaggi.

Dal punto di vista drammaturgico, Ronconi è a tutti gli effetti coautore di un nuovo Ibsen: avendolo frammentato, ridotto ai nuclei portanti, come aveva confessato, il celebre dramma viene qui riproposto in una lettura postmoderna tutta ronconiana, che nulla toglie all'originale. Piuttosto, con un'ottica che è lettura personale, esalta alcuni passaggi di testimone tra i personaggi che sono anche punti tematici: l'arrivo di Kristine, la sua figura di donna sacrificatasi per la famiglia e poi la sua assunzione in banca si oppongono inizialmente alla figura di Krogstad (Riccardo Bini), personaggio dal passato macchiato, falso e ipocrita e con un'avida necessità di riscatto; oppure il marito di Nora, Torvald (Paolo Pierobon) e il dottor Rank (Giovanni Crippa): il secondo vuole vivere la sua malattia in totale intimità, nascondersi e morire lontano da tutti, mentre il primo non sa che la sua malattia, di cui non parla mai, è stata risolta con il sacrificio segreto della moglie, Nora che ha contratto un prestito, falsificando la firma del padre e ora vive nel ricatto di Krogstad.

In tutto questo la riflessione e il messaggio sulla dimensione femminile (per cui nel 1879 alla prima rappresentazione il testo fece tanto scandalo) ne esce armoniosamente amplificato: prima di essere moglie e madre, è bene sapere di essere una creatura, con tutto il peso e il dolore che può derivarne, nel caso di Nora si tratta di avere il coraggio di lasciare marito e soprattutto i tre figlioletti.

Il meccanismo della prova è perfettamente sfruttato, ma mai eccessivamente calcato, sottolineato, esposto. Non è pretesto, non è appoggio, è tema da svolgere, oltreché struttura. L'essere in prova consente di ripetere alcune battute come fossero semplicemente mandate a memoria (dette, invece che recitate - il che in Italia è ancora quasi una rivoluzione). Oppure, rifare una scena muovendo gli interpreti, così chi era seduto ora è in piedi e quindi chi dominava è dominato e viceversa. I toni cambiano e modificandosi le battute assumono altri, nuovi significati e la loro ripetizione non è mai ridondante ma consente anche a chi è attento tra il pubblico di costruirsi la sua Nora, la sua Kristine e perché no seguire anche la non facile caratterizzazione dei personaggi maschili.

Perché Torvald non è un monolite, ma un uomo sensibile, cresciuto con l'idea che la donna sia una bestiolina selvaggia: un'allodola, un fringuelletto, da ammirare e inseguire e poi cacciare, catturare e tenere in una gabbia come preda preziosa. Lui stesso attraverso l'ascesa sociale muterà e diventerà più concentrato su di sé e sul suo apparire in società, tradendo così quello che Nora credeva amore assoluto, amore che si scioglie solo con la morte. A Barbara Moselli e Orietta Notari è chiesto di interpretare Nora e Kristine in costume (ottocentesco, ovviamente) e in loro si stereotipizza un modo di essere quei personaggi lontano nel tempo, lontano dalla Nora e la Kristine della Melato: non solo nel tempo storico (dall'800 a oggi), ma anche in quello generazionale o meglio quello della vita, per cui il nostro io della giovinezza non corrisponde nelle altre fasi della vita (un po' come ci raccontava Beckett in Krapp's Last Tape, L'ultimo nastro di Krapp).

Ad un certo punto guardandoci allo specchio ci veniamo restituiti diversi e, appunto, modificati dall'esperienza, da quello che abbiamo vissuto. Poste in una posizione sempre scomoda, le tre attrici conducono a turno dei minuetti, dei pas de deux, non sempre facili, in cui l'una interprete (più spesso Moselli e Notari) si fa ombra, antica e pallida memoria di qualcosa che è stato dell'altra più recente. E se superficialmente a tratti sembra che l'una sia superflua all'altra, in realtà solo così si costruisce una moltiplicazione con mutazione sul personaggio, consentendo una proliferazione nella creazione di distanze e punti di vista altrimenti non percepibili contemporaneamente.

E così tutto è alla prova in questo spettacolo: la regia, la messa in scena, le interpretazioni, i personaggi, il modo di comprenderli o leggerli e persino il nostro essere spettatori. Un puzzle e in certi punti un bel rompicapo da osservare nella sua parcellizzazione come esperimento sotto cui analizzarsi, ma anche da risolvere. Senza contare la voglia che mette di tornarsi a leggere questo grande classico che tanto aveva da dire a donne e uomini.

...
Nora: La nostra casa è stata una stanza da gioco, io qui sono stata la tua moglie-bambola come con mio padre ero figlia-bambola:
Torvald: Il tempo dei giochi è passato, ora comincia quello dell'educazione.
Nora: La mia o quella dei bambini? ...Caro Torvald tu non sei l'uomo capace di educarmi. Io non sono all'altezza di educare i miei bambini. Io devo cercare di educare me stessa, devo industriarmi, devo essere sola per imparare a cavarmela, a vivere... cercherò di acquistare esperienza.

Torvald: È rivoltante così tradisci i tuoi più sacri doveri.
Nora: Credo di avere altri doveri verso me stessa.

Torvald: In primo luogo tu sei moglie e madre.
Nora: Credo prima di tutto di essere una creatura umana proprio come te o almeno voglio cercare di diventarla.

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