Cultura Genova Giovedì 3 marzo 2011

Iit, l'Istituto italiano di tecnologia, un'eccellenza genovese

Genova - Ben 600 persone al giorno si arrampicano sulla collina di Morego, in val Polcevera, per scrutare con il microscopio l'infinitamente piccolo, per costruire robot, indagare le neuroscienze, per vivere un'esperienza di vita internazionale unica in Italia. L'Istituto Italiano di Tecnologia (Iit) è una fondazione che promuove l'eccellenza nella ricerca scientifica. Nata nel 2005 a Genova, è attiva dalla fine del 2009: vive di finanziamenti pubblici e privati. La città non sembra esseri accorta di avere un tale gioiello alle porte di casa.

All'Iit si respira un'altra aria: appena varcata la soglia ci si sente in Europa. Se nei corridoi chiedi dov'è il bagno, ti guardano strano. Poi ti accorgi che non ti capiscono. Where's the toilet?, ed ecco che subito ottieni una risposta gentile.

Il nostro Virgilio è Alberto Diaspro: direttore del dipartimento di Nanofisica e docente dell'Università di Genova. Ha già scritto più volte su mentelocale.it. È da due anni che siamo in contatto con lui, attraverso la mail, su facebook e linkedin: ora è arrivato il grande momento del nostro incontro. Ci accoglie con calore. È un nostro fan tanto quanto noi siamo fan dell'Iit.

La sua tana è grande e luminosa. Si affaccia sulle colline: dalla finestra si vede imponente il forte Diamante tronfio sulla sua cima: «Sto così bene qui, che a casa sul salvaschermo del computer ho messo proprio questa immagine. Mia moglie mi ha chiesto se sono matto!» racconta. Gettando lo sguardo in fondo alla vallata si vede l'autostrada: «Dalla coda e dal traffico capisco se è ora di andare a casa».

Diaspro, oltre ad essere un fisico, è un uomo pieno di interessi: legge tre giornali al giorno, ama la montagna, il cinema e la cultura. Sulla sua scrivania campeggia un volume di Woody Allen: «L'ho comprato su Amazon, per praticità. Ci spendo un sacco di quattrini». Alle pareti, un ritratto del Che: «Perché si lotta sempre», e qualche foto della figlia. Sullo schermo del portatile un'immagine degli anni Settanta di due ragazzi giovanissimi abbracciati sulla spiaggia, lui con i capelli lunghi: «Sono io a sedici anni con mia moglie. Stiamo insieme da più di trent'anni. Allora il mio più grande divertimento per me era suonare la chitarra in riva al mare».

Ora inizia a parlare della sua grande passione: «Rispetto all'università dove lavoravo prima, all'Iit le tue idee hanno un seguito. Qui il sistema è basato sul merito e sulla competitività. Abbiamo la possibilità di reclutare i migliori scienziati in campo internazionale, selezionandoli e dando loro un buono stipendio. Inoltre, abbiamo la strumentazione migliore per sviluppare ricerche e progetti. È un ciclo virtuoso». Un solo cruccio: «A me sono legati i destini di quaranta persone. Se la mia squadra non produce abbastanza, i contratti non ci vengono rinnovati. E ho una grande responsabilità nei confronti di tanti giovani. Ma se otteniamo i risultati che ci aspettiamo, i ragazzi che escono di qui trovano aperte tutte le porte».

Tra i seicento ricercatori che trascorrono il loro tempo a rovistare tra atomi cellule e microchip, un terzo sono stranieri e un terzo cervelli in fuga, ritornati in Italia. L'età media è intorno ai trent'anni, 40% sono donne. I contratti vengono rinnovati ogni cinque anni, con uno stipendio che si aggira tra i 25.000 e i 30.000 euro l'anno.

Usciamo dal suo ufficio, ci mostra la cucina, sì proprio una cucina, come nelle università inglesi, tedesche, francesi. «Si respirano i profumi dei cibi delle più diverse tradizioni» ci racconta Alberto «dal pesto al cous cous».

Iniziamo ora il nostro tour attraverso i laboratori, incuriositi soprattutto dal robottino, una delle creazioni dell'Iit. Si chiama iCub, è alto come un bambino e proprio come un bambino è in grado di imparare diverse cose. Il suo scopo? Quello di capire quali sono i meccanismi di apprendimento e di pensiero degli esseri umani: «Questi studi hanno tantissime applicazioni» - continua Diaspro - «per esempio cerchiamo di rendere gli arti del robot sempre più leggeri e sempre più simili ad una mano umana. Cerchiamo di capire come gli impulsi celebrali umani arrivino agli arti e proviamo a riproporli sul robot». Ci sono infinite possibilità di ricerca e applicazione, favorite anche dall'ambiente che in un solo istituto raccoglie scienziati diversi: fisici, chimici, ingegneri, neuroscienziati, biologi e psicologi.

Osserviamo il robottino da tutte le prospettive, ma è uno spettacolo guardare i tecnici e gli scienziati al lavoro, mentre installano nuove parti del 'corpo'.

Il robot viene percepito come maschio o femmina, da chi lo manipola tutti i giorni? Se per Diaspro è androgino, non è così invece per gli ingegneri tecnici, che ci convivono tutto il giorno: «Ne parliamo sempre come se fosse un maschio, invece per i nostri colleghi inglesi e americani è asessuato». Tutto un problema della lingua italiana che non prevede il neutro.

«Con il robot non ho una vera e propria relazione», ci spiega un tecnico con i dreadlock biondi «Per me è come una macchinetta del caffè. Non è niente di più che un agglomerato di chip, macchine e cavi proprio come un robot industriale».

Lasciamo il piano della robotica, prendiamo l'ascensore. Un via vai di iraniani, giapponesi, americani, indiani. Scendiamo nei laboratori, dove lavora parte del team di Diaspro, una quarantina di giovani in tutto, italiani e stranieri. Lo scienziato li segue nelle ricerche e li stimola con entusiasmo al lavoro di squadra. Ogni anno organizza un ritiro con il suo team, per concentrarsi e discutere sulle ricerche: «Per me sono come una famiglia. A volte però li sgrido se nei convegni internazionali fanno bisboccia fino alle 4 di mattina. E poi sono stanchi il giorno dopo». Con la sua equipe ha messo in piedi anche un gruppo musicale, i Rotten Neurons (neuroni marci): «Per far sapere che gli scienziati sono persone normali».

Il principale progetto del dipartimento di Diaspro riguarda il nanoscopio, un microscopio in grado di indagare l'infinitamente piccolo, fino alla comunicazione infracellulare. Sono diverse le tecniche utilizzate dal team, tra cui quella della fluorescenza. Ci aggiriamo tra grandi tavoli in cui sono costruiti i diversi nanoscopi, tra piccole lenti, schermi e prismi: «Sono tutte strumentazioni nuove, talvolta fornite dalle aziende che ci offrono macchine avanzate. C'è però un oggetto che mi segue dal '78 ad oggi: è l'oscilloscopio di nonno Mario. Il regalo che mi ha fatto mio nonno quando mi sono iscritto a fisica. È un portafortuna, lo porto con me in ogni nuovo laboratorio e dopo tanti anni funziona ancora».

Proseguiamo il nostro giro tra corridoi e laboratori, coinvolti dal suo entusiasmo: Alberto è convinto che chiunque possa carpire i segreti della scienza. Ha un unico rammarico: «I genovesi non si sono accorti della nostra presenza. Il comune e l'Amt non ci forniscono neanche un servizio di autobus, abbiamo una nostra navetta privata che parte da Brin». Inoltre, non sono rare le multe: il parcheggio non è sufficiente e chi mette la macchina fuori spesso viene multato. Anche noi abbiamo fatto una gran fatica a parcheggiare. Forse fra breve verrà allargata via Morego, e si comincerà a costruire un parcheggio.

Ora ci mostra un poster: «Guardate quella foto. Lo vedete quel buco nel pavimento? La prima volta che ho messo piede in questo edificio, ho visto il direttore scientifico dell'Iit, Roberto Cingolani, camminare avanti e indietro dentro a questo buco - che sembrava una piccola piscina - mente stava progettando insieme al muratore un alloggiamento adatto ad ospitare un mega microscopio. Questa possibilità di riformulare lo spazio secondo le esigenze di noi scienziati mi ha convinto ad accettare l'invito a far parte dell'Iit».

«Però sono un uomo fortunato - ci dice prima di salutarci - perché sono pagato per coltivare il mio hobby preferito. Vivo dentro un sogno, un'utopia».

La nostra avventura con Alberto Diaspro non finisce qui. Fra breve ne vedrete delle belle, perché anche a noi di mentelocale ci piace tanto il nostro lavoro.

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