Libri Genova Mercoledì 2 febbraio 2011

Teo Teocoli presenta Io ballo da solo @ Feltrinelli

Genova - Mi chiamo Antonio Teocoli, d’accordo.
Da bambino mi chiamavano Nino, poi mi hanno sempre chiamato Teo. Cose da dire, credo di averne abbastanza.
Nei miei primi anni di cabaret, quelli del Derby, le imitazioni, che forse sono interpretazioni o, meglio ancora, sono trasformazioni, non c’erano. Non so spiegare come siano iniziate, perché io non ne avevo mai fatte. Anzi pensavo di essere refrattario alle imitazioni. Poi sono arrivate da una carriera e da una vita percorse camminando sempre da solo. Perché non ho mai avuto l’opportunità di specializzarmi in qualcosa. Non sono mai stato in un ufficio, mai in una fabbrica, mai in campagna, non ho mai lavorato, in pratica non ho fatto un cazzo tutta la vita.
Ho guardato molto lavorare gli altri.
Con un po’ di spirito d’osservazione. Sono un autodidatta, non so niente. Conosco solo le cose della mia vita. Io lavoro solo con ciò che estrapolo dai miei pensieri. Devo toccare con mano. Osservare. Perché il vedere le cose conta forse più delle cose stesse. Lo sguardo sempre nuovo di un bambino salva dall’usura persino i marciapiedi di periferia. Io non provo mai. Seguo l’intuizione, il talento, il balenare immediato di un’idea. Imito le persone che m’incuriosiscono, spesso sono quelle abbastanza avanti negli anni. Galliani, Maldini, Albertini, Mazzone, Moratti, Costanzo, Prisco, Cuccia. L’unica donna, la Vinciguerra, se ne è appena andata.

Tante volte ho pianto davanti allo specchio. Perché non potevo essere me stesso. Una volta in un camerino ero vestito da coniglio, grosso, con due grandi orecchie, si vedevano solo gli occhi. Enormi. Spiritati. Ci fu un disguido con lo studio e io, alterato, gridavo: «Adesso voi dovete ascoltare me, perché qui le cose si fanno seriamente». Ce l’avevo con Fatma Ruffini, durante una registrazione di Scherzi a parte, in cui voleva impormi uno sketch che non aveva senso.
E tutti mi guardavano, qualcuno anche spaventato, perché io stavo urlando, altri ghignavano, ridevano, perché ero vestito da coniglio. Con due orecchie gigantesche.
È la nostra vita.
A chi capita di lavorare pretendendo di essere preso sul serio quando è vestito da coniglio?

Con la mia fisicità – da giovane ero piuttosto bello, atletico, longilineo, belle movenze –, è più difficile far ridere. Non avevo il physique du rôle del comico, come ad esempio Boldi. Né avevo una faccia da pirla da esibire. Poi io non faccio le facce e le faccette, non ho mai fatto smorfie e boccacce.
Arrivavo sul palco e il pubblico pensava: “Ma che ci fa questo qui con quest’arietta e il fisico da playboy?”.
A risolvere è stato proprio il trucco. Come quando Mario Monicelli ha scritturato Vittorio Gassman e, per il cinema, ne I soliti ignoti, ne ha fatto un comico. Grazie a un piccolo trucco. Una scommessa che solo a posteriori, col senno di poi della grande carriera di Gassman e delle sue interpretazioni nei film di Dino Risi, I mostri, Il sorpasso, o ancora di Monicelli, L’Armata Brancaleone, può apparirci ovvia.
Ma anche lui è stato uno che si è dovuto mascherare, perché non aveva il fisico del comico. Era alto, bello, nobile, atletico. Virile. E questo è un problema, per un comico.
Enzo Jannacci è stato quello che meglio mi ha capito, lui ha sempre detto: «Il Teo? Ho aiutato tutti, meno che lui, perché non ne aveva bisogno». È un bel complimento.
Gliene sono grato. Lui andava molto d’accordo soprattutto con Cochi. Cochi Ponzoni. Quando facevano le serate, Enzo si autoprescriveva l’antesignano del Viagra e ciulavano giù duri, chissà cosa dava a Cochi, sperimentava, perché poi in tournée lui studiava medicina. Quando aprì l’ambulatorio aveva quattro pazienti: Boldi, Cochi e Renato e me. L’infermiera era un figone. Ci andavo tutti i giorni. Enzo aveva sempre i capelli per aria e, con la sua aria spiritata e la sua lingua incomprensibile, tutta aspirata e assieme strascicata: «Sescescese, dai dai Teo, non fare il ciula e dammi il polso».
Era un pediatra.


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