Teatro Genova Teatro della Tosse Mercoledì 2 febbraio 2011

L'Antigone postmoderna dei Motus

Genova - Frammenti di testo. Brandelli di dialogo. Una narrazione non lineare per un racconto che tremola e vibra come la pelle esposta al freddo o alla morte. La relazione tra interpreti ora cercata ora negata in soliloqui che improvvisamente si interrompono per innescare dialoghi altrettanto in fretta spezzati.

Lo spazio è agito nella sua quasi totalità come ulteriore corpo da indossare e da muovere, in cui far vibrare tensione, emozione, energia umana. E lo spettatore? E la spettatrice? Costretti a inerpicarsi lungo memorie di un mito classico esposto in frantumi e dai cocci fatto esplodere per libera associazione in autobiografismi che a tratti sono epiche universali: storie di uomini e donne, di ieri, di oggi, della Grecia 2008, del G8 di Genova. Ecco Syrma Antigone, almeno nei primi due contest #1 Let the Sunshine In e #2 Too late! andati in scena ieri, martedì 1 febbario nella Chiesa di Sant'Agostino e al Teatro della Tosse - in replica insieme al #3 Iovadovia fino al 3 febbraio, mentre il 4 e 5 febbraio (ore 21) a chiusura del progetto Alexis. una tragedia greca. #BANNER#

Il pubblico.
Seduti ma non disposti frontalmente verso la scena; seduti ma costretti a un continuo aggiustamento dello sguardo e del corpo per seguire l'irrequieta forza interpretativa che oppone e lega due interpreti che irrompono nello spazio facendo saltare qualsiasi limite scenico; seduti ma chiamati ad alzarsi perché anche le sedie diventano utile materiale per la sepoltura di Polinice e perché la fine non coincide con l'uscita di scena degli interpreti ma in un rendez-vous all'aperto poetico e maledettamente romantico/rivoluzionario.
Sì seduti, ma chiamati a chiedersi perché? di continuo. Così il pubblico di fronte al teatro di ricerca spesso freme e soffre la scomoda proposta di interazione intellettuale o segue come in preda a un'ipnosi con il volto rapito da una tessitura che svela ogni meccanismo di costruzione e decostruzione e impone il dubbio, il disagio, lo scarto.

Torna in mente tanto teatro di ricerca degli anni '70, dagli happening al Living Theatre ma per certi aspetti - della recitazione e della ricerca espressiva tramite il corpo - anche l'Odin di Eugenio Barba. E ben venga questo recuperare e proseguire dentro un linguaggio ancora non stabilizzato - che rifugge certo per definizione la codificazione - che richiamando esempi precedenti consolida un modo di veicolare storie, riflessioni, idee in un conflittuale metalinguaggio che rompe e interrompe di continuo il filo del discorso, perché palesemente 'altro' rispetto a qualsiasi standard, sia quello più scontato del salotto borghese, o già critico come il kitchen-drama di matrice anglosassone, ponendosi a latere, seppur - almeno in questo caso - essendo teatro di parola.

In #1 Let the Sunshine In (@ Chiesa di Sant'Agostino) gli interpreti Silvia Calderoni e Benno Steinegger sono l'uno di fronte all'altra, abitano due spazi e agiscono in autonomia, ma anche confrontandosi, fino a invadere l'uno lo spazio dell'altra, prima vocalmente poi fisicamente. Dentro i vari ruoli (Antigone-Polinice; Eteocle-Polinice; Ismene-Antigone) i due interpreti si interrogano sulla lettura stessa dei personaggi: Polinice, guerriero o vittima; pacifista o terrorista; Antigone, donna d'onore o di principio; a sua volta terrorista o portatrice di valori positivi. Lavorando sul proprio corpo (il respirare, più o meno rapido, più o meno forzato; correre o muoversi con cautela e attenzione), Silvia Calderoni e Benno Steinegger cercano un'esperienza fisica concreta come punto di partenza per rendere alcuni momenti della tragedia, per proporre, come fossero tangibili forze mitologiche, alcuni quesiti sul potere, le regole, l'amore, la patria, la guerra. Dal fiato (aria) al fuoco, passando per la saliva (acqua), i due interpreti entrano ed escono dalle battute come fossero corpi in prestito, alienati ora all'una ora all'altra entità. Riflettono e si scherniscono riflettendo su alcuni limiti della loro stessa esperienza interpretativa, oppure estatici si guardano con ammirazione come ingenuamente rapiti l'una dall'altro.

Seduti attorno agli interpreti, sul palcoscenico della Sala Aldo Trionfo, con Too late! siamo chiamati alla nuova sfida: un contest hip-hop che questa volta pone Silvia Calderoni di fronte a Vladimir Aleksic. Lui è Vlada/Creonte o, archetipicamente, il padre. Lei è Silvia/Emone (figlio di Creonte) ma anche Antigone. In una straordinaria messa in pratica di una delle molte frasi che Silvia si scrive sul corpo (per la maggior parte del tempo spoglio, più che nudo), meglio cani che padroni, il conflitto padre/figlio, autorità/subordine viene trasformato da Silvia e Vlada in un rabbioso incontro tra cani. La tensione che la mimesi, del corpo quanto della vocalità, produce sul palco trasforma, scuotendoli, i corpi: seguendo precisamente la mobilità canina, questi subiscono una metamorfosi assolutamente kafkiana e violentissima. Entrando e uscendo dai personaggi della tragedia greca, gli interpreti entrano e escono anche da stralci della loro vita. Vlada porta con sé le bombe di Belgrado (S: Di che colore erano? V: Bianche o gialle credo. S: Ah, in TV erano verdi), Belgrado by Night, Silvia un quadro di vita familiare, alienante, non meno carico di violenza.

In un tessere postmoderno che intreccia tempi, luoghi, mondi e mitologie classiche a fatti contemporanei individuali o epici, il messaggio è a maggior ragione personalizzabile, perché ognuno di noi è chiamato a ricucire i tasselli o ad associare brandelli sfrangiati. E allora il punto più rivoluzionario passa paradossalmente per un concetto meno macroscopico: l'ironia. Anche l'ironia dice Silvia fa male. C'è n'è troppa in giro: per fare teatro ci vuole ironia, per fare politica ci vuole ironia, io la odio. Sì, perché non si può più ridere di tutto, perché non ci siamo accorti ma abbiamo da tempo cominciato a ridere della nostra stessa tragedia mentre si compie. E per giustapposizione, il concetto si sposa perfettamente con un altro stralcio di testo sull'abuso di potere: Dimostrazione della sovrana maestria di come il potere tratta il tempo.
Da non perdere, perché occasione di lasciarsi andare a porsi ancora/di nuovo delle domande, lasciare che il dubbio si insinui in noi: eterni spettatori della morte altrui (spettacolo in diretta), ma, forse, già anche la nostra.

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