Libri Genova Sabato 22 gennaio 2011

Roberto Saviano: «Dedico a Ilda Boccassini la mia laurea honoris causa»

© Matteo Paoletti
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Genova - «Dedico questa laurea honoris causa a tre magistrati: Ilda Boccassini, Antonio Sangermano e Piero Forno» lascia poco spazio ai dubbi Roberto Saviano, lo scrittore antimafia laureato honoris causa in Giurisprudenza nella mattinata di sabato 22 gennaio 2011 presso l'Ateneo genovese.

L'autore di Gomorra chiude il proprio discorso dedicando l'onorificenza ai tre pubblici ministeri milanesi che stanno indagando in questi giorni il premier per i reati di concussione e prostituzione minorile.
La staffilata di Saviano giunge alla fine della cerimonia di inaugurazione dell'Anno Accademico 2010/2011, durante la quale lo scrittore ha tenuto un lectio magistralis dal titolo Il racconto del potere criminale come affermazione del diritto.

Saviano, dapprima attento ascoltatore delle parole del rettore Giacomo Deferrari, poi visibilmente emozionato nel ricevere la toga, è diventato protagonista assoluto non appena ha preso possesso del podio dell'oratore.
Deciso, sicuro, col piglio del grande narratore, ha esordito evocando i suoi ricordi d'infanzia e il suo legame con la Liguria: «Genova per me è una città che significa molto, mia madre è ligure e fin da piccolo ho immaginato la città, il porto, l'arsenale della Spezia».

Poi, rotto il ghiaccio, Saviano ha tracciato un profilo chiarissimo dell'importanza del raccontare e del denunciare senza paura il sistema della criminalità organizzata.
«È difficile parlare al pubblico e spiegare come è possibile vincere i poteri criminali: i camorristi mettono in conto tutto, dal carcere alle privazioni a tutta la filiera mafiosa, ma hanno paura della parola. La parola è come un faro che illumina una belva nella notte. E il raccontare è una parte necessaria e fondamentale del diritto: solo dalla mancanza di racconto iniziano ad essere messi in discussione i diritti».

Un discorso tutt'altro che astratto, che si lega molto presto alla stretta attualità: «In Italia si impegnano energie su chi racconta i fatti - continua Saviano - non sul problema che portano in luce. Siamo una democrazia, senz'ombra di dubbio, ma non si può negare che chiunque prenda una posizione critica verso il governo sa già cosa aspettarsi. Quando accendi il computer e apri la tua pagina di word per iniziare a scrivere sai già che partirà la macchina del fango. Perché, come hanno detto, hanno tutti degli scheletri nell'armadio».

Saviano non fa nomi e, in maniera esplicita, non accusa nessuno, ma la realtà della comunicazione che dipinge è a tinte foschissime. Continua lo scrittore: «Se tutti abbiamo uno scheletro nell'armadio, allora abbiamo paura per le conseguenze personali che non riguardano ciò di cui stiamo scrivendo, ma noi stessi. Questa è una delegittimazione che copre per sempre le parole con l'obiettivo di dire: siamo tutti così».

La soluzione, però, sta nella resistenza. «L'intellettuale ha la necessità di raccontare: in queste ore il suo compito è dire non siamo tutti uguali, perché diverso è il nostro crimine. Spesso invece il ruolo dei media è dimostrare che siamo tutti sporchi».

Saviano conclude con una netta sterzata sulla cronaca degli ultimi giorni, mettendo al centro della sua lectio magistralis la crisi che sta attraversando l'esecutivo per le vicende private del premier. Lo scrittore non nomina mai Berlusconi, ma la sua posizione è chiarissima: «Dedico questa laurea honoris causa in Giurisprudenza a tre magistrati: Ilda Bocassini, Antonio Sangermano e Piero Forno».
Poi non aggiunge altro e se ne va tra la folla che applaude in piedi e gli uomini di scorta che gli fanno scudo. Torna alla sua vita blindata -che vista da fuori inquieta non poco- mentre nell'aria restano i nomi dei tre pm che hanno indagato il presidente del Consiglio.

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