Teatro Genova Teatro Gustavo Modena Martedì 11 gennaio 2011

Pasolini rivive nella Commedia delle Ceneri

Genova - «Pasolini profeta, penetrante conoscitore della realtà contemporanea, che già parlava di trasformazione antropologica degli italiani da cittadini in consumatori alla mercé del potere; intellettuale omosessuale marxista cattolico, espulso dal PCI, ma anche poeta arcaico, giornalista e autore di pamphlet politici, nonché regista cinematografico e...».

Proprio da questa inafferrabilità Giorgio Gallione, regista e direttore artistico del Teatro dell'Archivolto, ha deciso di partire per portare avanti l'incursione nel vasto e complesso mondo pasoliniano cominciata quest'anno con il reading Eretici e corsari. «Se nel reading siamo stati filologici - prosegue Gallione - nella nuova produzione, La commedia delle ceneri, al contrario le citazioni sono disperse qua e là ma non c'è alcun testo particolare di riferimento, l'intento è piuttosto creare un affresco ispirato a questa figura complessa, per una suggestione visionaria accompagnata da impressionismi - espressi con la parte di danza costruita da Giovanni di Cicco e dalla sua compagnia Dergah Danza Teatro - su un'epoca ricostruita attraverso una cornice metateatrale: un regista - Pasolini - che a 35 anni dalla morte torna per così dire sul luogo del delitto in tutti i sensi e si racconta».
In un gioco di specchi Pasolini rappresenta Pasolini o meglio il modo di guardare al mondo del suo andare nel deserto - in scena al Teatro Modena da giovedì 13 a sabato 29 gennaio 2011, ore 21.

La commedia delle ceneri stilisticamente e artisticamente rimanda ad altri lavori del duo Gallione/Di Cicco come il recente Pizzeria Kamikaze su testi di Etgar Keret e più in particolare Spoon River, tratto da Fabrizio de Andrè e Edgar Lee Master. «Puntando a uno spettacolo visionario il connubio con la danza rappresenta una perfetta chiave di commistione di linguaggi e, d'altra parte dal punto di vista scenografico, uno spazio non realistico è altro elemento centrale e caratterizzante. Lo svuotamento della platea e la conseguente collocazione del pubblico sul palco cambia molto a livello percettivo e non solo per i pubblico ma anche per tutti noi che costruiamo lo spettacolo. A livello visivo Guido Fiorato ha imballato il teatro a lutto un po' come nello stile dell'artista Christo (sempre coadivato nel suo lavoro dalla moglie Jean-Claude, ndr), così da trasformare il teatro in un contenitore nero che ci porta dentro una caverna o un limbo per uno spiazzamento immediato come se introdotti in uno spazio metafisico».

Secondo Giovanni Di Cicco, coreografo residente al Modena, «in uno spettacolo come questo su una figura tanto articolata e fondante della cultura italiana, non è affatto scontato inserire la danza. È il percorso drammaturgico di Gallione che consente una visione coreografica che possa essere descrittiva ma anche portatrice di altri segni. Ad ogni spettacolo nuovo fatto insieme c'è il vantaggio di conoscersi e fidarsi reciprocamente sempre di più, per cui alcune coreografie nate in modo autonomo hanno poi trovato una giustificazione pasoliniana nella drammaturgia».

Dello spettacolo Pizzeria Kamikaze, Di Cicco ha voluto recuperare anche il materiale a terra, della gomma spezzettata che crea un bell'effetto estetico ma soprattutto, spiega «crea una reale instabilità per i danzatori, messi in difficoltà da un terreno che non li regge e che li mette in empatia con quel mondo sociale che si va disgregando di cui parla Pasolini. Un elemento che disturba e rende fragili i corpi» su cui da sempre Di Cicco punta la massima attenzione. «In Pasolini mi ritrovo molto per quel suo sguardo lucido che vede in ogni corpo una sua bellezza». E in scena ci sono sette danzatori, più uomini che donne per rispettare anche qui una pasoliniana necessità, con un solo assolo in un equilibrio tra narrazione e movimento che lascia spazio ad ognuno, in particolare ai danzatori di indagare territori emotivi fuori dalla scrittura lungo le sonorità care al Pasolini-regista come Bach, Mozart, Vivaldi sempre scelte come contrappunto alla realtà popolare, brutale, spesso anche violenta e cruda che scelse di inquadrare.

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