Teatro Genova Teatro della Tosse Lunedì 10 gennaio 2011

Dennis Kelly torna a Genova. Alla Tosse il suo 'Orphans'

Genova - Dopo After the End, Matteo Alfonso e Tommaso Benvenuti sono nuovamente insieme alla regia a quattro mani di un altro successo del drammaturgo inglese Dennis Kelly: Orphans (2009), al momento rappresentato solo a Londra e Berlino.
Come funziona questa vostra idea di regia a quattro mani, fuori dagli schemi? «Abbiamo cominciato quattro anni fa - spiega Matteo Alfonso - partecipando al progetto Nuove Sensibilità del Nuovo Teatro Nuovo di Napoli, con AMAT - Associazione Marchigiana Attività Teatrali. Tra noi c'è un equilibrio perfetto: quando Tommaso impazzisce ci sono io e viceversa, perché c'è sempre un momento di crisi e noi riusciamo a controbilanciarlo. Diciamo che siamo complementari: io per esempio immagino subito uno spazio, lui lo perfeziona ed essendo più pratico e bravo con le mani collabora sempre anche alla realizzazione. Nel lavoro con gli attori, Tommaso si occupa più del lavoro fisico della parte di training e, più in generale, aiuta gli interpreti a trovare la fisicità dei personaggi. Invece io mi occupo più della parte narrativa, del racconto e quindi delle tensioni emotive e mentali che emergono nel rapporto tra i personaggi».

Tornando a lavorare su un testo di Dennis Kelly, Alfonso e Benvenuti ritornano sul tema della paura tutta contemporanea (paura dell'altro, del diverso, dello straniero) che il drammaturgo evoca prendendo spunto dalla realtà senza mai puntare direttamente alla cronaca. Come in After the End si parte da un momento/attimo di armonia per entrare in un turbinio di tensioni dentro le dinamiche che si innescano fra una giovane coppia e il fratello di lei che irrompe improvvisamente nelle loro vite. «Dennis Kelly ci interessa perché mette sempre al centro dei suoi lavori l'essere umano, come creatura che cerca di comunicare ma trova continuamente delle difficoltà. Non parte da una visione del mondo, di cui è convinto, da trasmettere, ma da un'immagine: due giovani sposi, Helen e Danny stanno facendo una cenetta intima e improvvisamente vengono interrotti dal fratello di lei, Liam macchiato di sangue e sconvolto. Helen e Liam sono due orfani, ma anche Danny in breve lo diventa metaforicamente e tutti noi a qualche punto della vita viviamo questa sensazione di essere stati abbandonati, che qualcuno ci abbia lasciato soli con i mostri. È una sensazione di paura che Kelly, in questo testo, ancòra alla violenza minorile che a Londra si organizza in bande, ma che trovo funzioni benissimo anche qui da noi: dove i media e il governo ci tengono continuamente sotto allarme, ci fanno paura per farci chiudere in ambiti sempre più stretti di individualità. Così è Orphans, orfani perché un po' soli e un po' persi».

Organizzata in quattro quadri, la vicenda di questo kitchen drama procede verso un climax che vede i personaggi confrontarsi in modo sempre più animalesco e istintivo che, di volta in volta, isola uno dei tre, nella sempre nuova coalizione a due, per un dipanarsi degli eventi che passa per scelte sbagliate, mentre come ha scritto la critica del Guardian, Lyn Gardner l'autore non concede alcuna tregua ai suoi personaggi scuotendo continuamente il terreno sotto i loro piedi.
Lo spazio realistico della cucina della versione originale però non andava a genio ai registi che hanno optato per una scena metaforica che rimandi all'idea della casa, luogo che Helen ha costruito per opposizione alla sua storia travagliata, un nido pieno di calore. Ma la soluzione scenica va molto distante da un'idea stereotipata: «abbiamo scelto di mettere i personaggi su un prato verde (finto) e di giocare sul contrasto bianco-verde. Al posto delle porte delle cornici creano la possibilità di immaginare ingressi e altri ambienti della casa. Come in After the End la scena a terra è delimitata da un perimetro disegnato: uno strano pentagono che di volta in volta ridisegnamo con sassi di fiume bianco». Proprio questi sassi diventano man mano che il dramma cresce un frammento di quella incalzante barriera che si interpone tra l'uno/l'una e gli altri e che ognuno deve superare o scansare come se tutto ciò che è emotivo si concretizzasse in un avatar oggettuale e diventasse un impiccio, un ostacolo concreto, di cui non ci si cura ma che si evita, si aggira insomma si tenta di superare fisicamente.

E per il finale? «Un colpo di scena, fuori dalla drammaturgia. Una suggestione grottesca di cui anche Dennis ha riso, per dare un'ultima carezza agli spettatori già abbastanza schiaffeggiati dalla pièce e riportare allo shock iniziale, alla situazione fuori luogo che interrompe un momento questa volta drammatico».

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