Mostre Genova Giovedì 30 dicembre 2010

L'Africa delle meraviglie: a Capodanno a Palazzo Ducale e al D'Albertis l'inaugurazione della mostra

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Genova - Un palo di togu-na dei Dogon del Mali.
Una maschera karanga dei Mossi/Dogon dal Burkina Faso.
Una colonna con maternità (tempio di Agbeni) dalla Nigeria.
La statuetta 'caimano volante' dei Dogon dal Mali, di cui se ne conosce solo un'altra copia.

Nelle intenzioni degli antropologi Ivan Bargna e Giovanna Parodi da Passano la mostra L'Africa delle Meraviglie intende raccontare non l'Africa ma le tante Afriche, non la ma le culture africane, lasciandosi guidare dagli occhi bramosi di alcuni collezionisti e dando a un artista il compito della messa in scena (l'allestimento è di Stefano Arienti).
All'interno della grande sala del Sottoporticato di Palazzo Ducale è stata ricreata una navata, come una cattedrale. Sotto i pilastri medievali gli oggetti rintracciati dalla passione/ossessione di alcuni collezionisti: maschere, figure d'altare, feticci, pali funerari, oggetti d'uso rituale, da Angola, Burkina Faso, Ciad, Congo, Costa d'Avorio, Camerun, Gabon, Ghana, Liberia, Mali, Nigeria, Sierra Leone. C'è anche una foresta: di scale di legno intagliate su tronchi di varia grandezza e altezza.

Seguendo questa spinta inarrestabile che porta a inseguire ogni pezzo con ogni mezzo, i collezionisti sono qui protagonisti in un'insolita funzione di mediatori culturali. «In quattro diverse postazioni video, proprio accanto alle colonne, altrettanti collezionisti - spiegano Ivan Bargni e Giovanna Parodi da Passano - dalle loro case, che sono come gabinetti delle meraviglie, ci intrattengono sui diversi passaggi di mano di ogni pezzo, ricostruendo per il visitatore gli aspetti meno noti e più dinamici del collezionismo. Tra cui emerge che il valore dei pezzi non sta tanto nel loro essere più o meno antichi, bensì a chi sono appartenuti e che pedigree vantano nella loro storia».#BANNER#

Niente a che vedere con quella fascinazione per il primitivismo, che viene spesso riproposta attraverso le avanguardie storiche. Il percorso è un'immersione fra le tante manifestazioni artistiche che all'interno di un intero continente coesistono, fuori da stereotipi e dentro le diverse funzioni sacre e sociali a cui partecipano spesso seguendo percorsi interetnici. «Poche teche e un grande affollamento, per rompere anche il mito del capolavoro, tutto occidentale. Certo, tra le opere in esposizione ci sono anche alcuni pezzi di grandissimo valore, ma l'intento è piuttosto proporre un'esperienza di contatto intima, di distanza minima, per vivere il rapporto di alterità e familiarità con maschere e feticci, per esempio, che sembrano così lontani da noi, ma in realtà esistono in ogni cultura».

È la seconda sala (sempre a Palazzo Ducale) a ospitare i feticci, «oggetti forti, figure del potere, che vanno avvicinati solo con la dovuta cautela». Per questo li ospita una grande teca. Disposti lungo il perimetro, vedono alle loro spalle un'installazione di Arienti di cuscini e piume, in un forte contrasto cromatico, nero/bianco. «Spesso appiattiamo questi oggetti nella loro dimensione truculenta, perché legati a sanguinosi sacrifici, ma in verità hanno una funzione vitale in quanto oggetti che aggrediscono e difendono le forze vitali contro la stregoneria e quindi spesso sono figure cariche di medicine». Di fronte alla teca un video con uno di questi rituali dove una donna malata viene curata con il sacrificio di un pollo, il cui sangue le viene spalmato addosso in un'atmosfera assolutamente serena, con bambini che corrono sorridenti intorno.

Sono le bandiere gli oggetti che forse più degli altri generano meraviglia, per la loro familiarità e al contempo l'estrema differenza dal nostro concetto cromaticamente rigido e figurativamente piatto di bandiera. Queste sono multicolori, al loro interno contengono alcune sintetiche scene o raffigurazioni naif, ma anche riquadri con bandiere occidentali che parlano «dei molti modi di essere africani e della limitatezza del nostro modo di classificare queste popolazioni, che sono state capace di ibridarsi in modo dinamico, una contaminazione che si fa testimone delle tante frequentazioni delle popolazioni africane con gli occidentali al di là delle colonie».

Di fronte alle bandiere una grande esposizione con 60 maschere: è una sala vetrina o deposito, dove le scaffalature rimandano anche all'idea dell'acquisto, alla dimensione del mercato dell'arte e del collezionismo».
Anche intorno alle maschere vengono confutati tanti miti impropri: «Sono soprattutto gli uomini a indossarle, anche se in mostra ce n'è qualcuna di una società segreta femminile. Non bisogna dimenticare che le maschere senza il costume e fuori dal movimento e dal rituale sono semplici oggetti di legno, mai esposti. I Dogon avevano persino un cimitero delle maschere per quelle che non utilizzavano più. Sono oggetti destinati a deperire e in alcuni casi a durare per un'unica occasione, altre che invece diventano estremamente forti e quindi hanno la stessa funzione di tabernacoli che espellono il disordine e riportano armonia e vita».

Volutamente la mostra, nella stanza conclusiva (al Ducale) passa la parola aprendo alla prospettiva opposta: dai collezionisti italiani ai collezionisti d'Africa. In un controaltare che indaghi chi in Africa trasmette, raccoglie, custodisce e si assume il ruolo del collezionista. Tre le figure presentate: un capo villaggio, un direttore di museo reale e un medico, professore universitario, che nel tempo hanno raccolto e preservato oggetti di cui parlano e che a turno utilizzano e che rappresentano il mondo del collezionismo d'arte africana contemporaneo che viaggia su tutt'altri gusti e gradienti per la definizione del valore.

In collina, al D'Albertis, la mostra prosegue in spazi dedicati per esempio con una interessante e meravigliosa collezione di statuine gemelle: un'usanza che deriva dall'alto tasso di nascite gemellari e dalle tante morti infantili precoci. Meraviglia anche con una formula giocosa che propone la caccia all'intruso nelle tante stanze della dimora del celebre ed eccentrico Capitano. Piccoli o grandi pezzi si inseriscono nelle teche o nelle ambientazioni già esistenti. Non resta che scovarle. E poi un momento evocativo, quanto necessario: alcune vecchie valigie di un collezionista con delle figure in legno, accanto alla finestra che guarda sul porto di Genova, parlano anche di quella contemporaneità che vede tanti africani intraprendere viaggi della speranza su imbarcazioni di fortuna per raggiungere rive in cui il loro futuro spesso non corrisponde affatto a quello immaginato.

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