Concerti Genova Venerdì 17 dicembre 2010

Aldo Ciccolini: una vita per il pianoforte. L'intervista

Genova - Lunedì 20 dicembre alle 21, la Gog (Giovine orchestra Genovese) cala il primo vero asso della stagione: un musicista schivo, sensibilissimo, lontano dai riflettori, e da Genova, dove manca dal 1994. «Sono felice di tornare – esordisce – amo le grandi città di mare e con il porto come Genova»: è il pianista Aldo Ciccolini. 85 anni, napoletano di nascita e parigino d'adozione, ha appena trionfato proprio nella sua città natale, un récital tutto esaurito al Teatro di San Carlo. In programma, come al Carlo Felice, la musica di Mozart e di Franz Liszt: «uno dei più grandi innovatori della storia della musica» dice Ciccolini.
Che però non riserva parole tenere nei confronti del futuro.

Che consigli dare a chi nel nostro Paese vuole dedicarsi alla musica colta?
«Iatevenne, mi disse tanti anni fa Eduardo. È oggi, ancora, molto più che in passato, il consiglio che, con molta amarezza, do a tutti. Non credo che la musica in Italia abbia un futuro, l'arte ormai dà fastidio, è vista come un lusso inutile, a vantaggio di altre forme di espressione discutibili, come lo sport ad esempio, soprattutto il football. Succede anche in Francia, ma molto meno, e lì la cultura si difende e si finanzia».

Cosa pensa dei Conservatori?
«Sono una fabbrica di illusioni, niente di più. Quand'ero studente a Napoli, al Conservatorio di San Pietro a Majella, le cattedre di pianoforte erano quattro, oggi sono ventidue. Una moltiplicazione che si è verificata a partire dagli anni Cinquanta. Mi spiega come si può garantire in questo modo la qualità di allievi e docenti? Per non parlare dei costi, che sono schizzati alle stelle».

E i concorsi?
«Posto che anche oggi i talenti ci sono, penso tutto il male possibile dei concorsi, anche dei più blasonati. Qualche mese fa ho ascoltato per radio il concorso Chopin di Varsavia, il primo al mondo: uno scandalo. I migliori non sono neppure stati ammessi alle prove finali! Mi spiace, ma quel che si dice in giro è vero: nei concorsi prevalgono altre esigenze e problematiche, per non dire di peggio. A Varsavia, di Chopin, è rimasto solo il nome. Anche per questo, non accetto mai di far parte delle giurie dei concorsi».

Che opinione ha sui nuovi pianisti che giungono da Oriente? La star Lang Lang, per esempio?
«Lang Lang non è nulla più di un numero di varietà ben riuscito, niente a che vedere col concertismo. Però, da diversi anni ormai, gli orientali non sono più macchinette ben oliate che macinano note su note, partono svantaggiati, ma hanno fatto progressi enormi e sono ormai veri e propri interpreti. Ho molti allievi che provengono da Cina e Giappone e il livello è notevolmente cresciuto».

Lei ha fatto musica con alcuni dei giganti del Novecento: chi ricorda in particolare?
«Alfred Cortot, che mi ha insegnato ad essere nulla davanti alla tastiera: siamo solo uomini come gli altri, ma c'è qualcosa che ci spinge, che ci fa vivere nella musica. Cortot mi ha insegnato che non esiste la musica come promozione sociale e come divismo, e non esistiamo neppure noi concertisti, siamo solo dei servitori. E poi Wilhelm Furtwängler, con cui ho avuto il privilegio di suonare: ero giovane, terrorizzato; suonai Beethoven. Da allora ebbi l'impressione, che conservo tutt'oggi, che Beethoven non potesse essere eseguito che così. Furtwängler non era di questo mondo, è difficile da spiegare a parole. Capì il mio timore, la mia ansia, mi disse solo stai tranquillo, se suoni come oggi alla prova andrà tutto bene. Si imponeva con la sua semplicità, la benevolenza, tutto andò perfettamente. Non lo dimenticherò mai».

Chi sono i suoi pianisti di riferimento?
«Wilhelm Backhaus, Walter Gieseking, Arthur Schnabel, Wilhelm Kempff. Ma soprattutto, mi manca tantissimo Arturo Benedetti Michelangeli, per lui avevo davvero un amore a parte. Un pianista come lui non ci sarà mai più».

So che vive solo. Non ha mai sentito il bisogno di fare a metà della vita?
«All'inizio sì, ma non ho avuto fortuna, ogni volta che tentavo di vivere una vita affettiva poi rinunciavo, e così dopo un po' ho lasciato perdere».

Com'è stato il suo ritorno a Napoli? C'è ancora la spazzatura per strada?

«Sulla monnezza preferisco non fare commenti: è un presente tristissimo per una città dal passato glorioso sotto tutti i punti di vista. Napoli sta letteralmente soffocando, è una cosa tremenda, un tesoro ridotto a un ammasso di rifiuti».

Conosce Saviano? Ha letto Gomorra?

«Lo conosco di nome, ma non ho letto nulla e non desidero fare alcun commento su di lui».

C’è qualcosa che salva del nostro Paese?

«La sanità, il sistema sanitario: molti anni fa dovetti operarmi d'urgenza, finii al pronto soccorso di Parigi e da lì in Italia: i medici italiani mi salvarono. Ho una fiducia totale nella medicina e nei chirughi italiani, sono i migliori al mondo, anche se spesso sono costretti anche loro ad andarsene».

Da ateo, ha dichiarato che la musica è un sacerdozio, non un mestiere, vuole spiegarsi?
«È semplice: per la musica bisogna dare tutta la propria vita e anche qualcosa di più, tutto il resto è secondario. Mi fa ridere quando alla fine delle interviste mi chiedono se ho un hobby o del tempo libero, davvero non capisco».

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