Concerti Genova Venerdì 12 novembre 2010

Damon Gough, alias Badly Drawn Boy, al Blue Moon. La recensione

Genova - Nel bel mezzo di una fase di incredibile apatia, per una sera, la scena della musica live di Genova si è risvegliata all'improvviso: i ragazzi della Psyco, infatti, sono riusciti a portare al Blue Moon uno di quegli artisti che, ahimè, un po' per abitudine, un po' per incredulità, ti aspetti di trovare solo su altri palchi nazionali, a Milano, a Torino, a Bologna, forse.
Invece, eccolo lì, tra gli scintillii della balera cittadina convertita periodicamente in main stage, Damon Gough, alias Badly Drawn Boy.

Spassionatamente, posso dire che Damon è uno dei più bei nomi comparsi nel panorama musicale inglese degli ultimi dieci anni: il suo suono, una sorta di indie-pop leggermente rarefatto, caratterizzato da melodie intimiste affatto invadenti ma incisive, è immediatamente riconoscibile. Il fascino discreto del suo cantato, poi, è imprescindibile valore aggiunto.
Per quanto mi riguarda, sono pochi gli artisti che, al pari suo, riescono ad evocare nella mia mente specifiche sensazioni ed immagini: diciamo che per me, sotto questo aspetto, lui e gli Smiths vanno a braccetto, nonostante le debite differenze.

Un plauso a Miggiano e ai suoi che, ancora una volta, hanno tentato, con apprezzabile successo, di dare una bella scossa alle orecchie un po' intorpidite dei genovesi.
Parimenti, mi prodigo in una sonora sgridata, perché iniziare un concerto dopo le 23, in giorni feriali, ha un che di masochistico e diciamo che non ci meritavamo questo sgambetto.
Va beh, va beh: non siamo mai contenti, lo so.

A precedere l'artista inglese, lo strampalato Deian, orfano dei suoi Orso Glabro, ma accompagnato dai suoni sintetici del Dj Tristan: suoni minimali e voce dilatata per brani dallo stampo narrativo che parlano di difficili relazioni interpersonali e di vita quotidiana, punkabbestia compresi. Estetica alternativa, un po' geek, un po' Bugo, e bbona lì.

Mr. Gough arriva finalmente sul palco: sotto il riconoscibilissimo cappellino di lana, i capelli sono diventati grigi e lui sembra più timido che mai. Ma quando imbraccia la chitarra e inizia l'esibizione diventa gentile padrone della situazione e conquista.
La prima parte del live è in totale solitaria: benché sul palco siano presenti numerosi strumenti che presuppongono la presenza di una band, Damon suona da solo un paio di chitarre ed un'armonica per una decina di brani, così gli arpeggi e la sua voce calda riempiono ogni interstizio.

Brani di repertorio (A journey fom, A minor incident, The shining) e un estratto dalla seconda colonna sonora, dopo quella di About a boy, curata dall'artista per il film The fattest man in England, ancora inedito in Italia.
Lentamente, il palco si riempie: gli elementi della band prendono posto uno ad uno, completando con discrezione il tappeto sonoro delle tracce, arricchendo -benché vi fosse l'infondata sensazione che Damon si bastasse da sé- l'esibizione con ritmiche e tempi diversi.

Il blocco centrale dell'esibizione è incentrato completamente sul suo nuovo lavoro, It's not what I am thinking, primo capitolo di una trilogia musicale in fieri: l'identità musicale di Damon non sembra essersi particolarmente evoluta da quella dei primi, acclamati lavori, ma ciò non rappresenta un deficit, bensì una piacevole sicurezza.
The order of things, Too many miracles, I saw you walk away sono brani che raggiungono alti livelli di piacevolezza e musicalità, senza mai scadere nel banale.

Dopo una pausa («Lo so che è molto tardi, ma voi siete degli amici. Il concerto non è ancora terminato, ci vediamo tra cinque minuti!») da cui torna sorseggiando forse del té in una mug personalizzata, Damon regala a chi ha resistito all'attesa un felice campionario dei suoi classici: la bellissima Disillusion, Magic in the air, Something to talk about, Once around the block e la struggente Silent sigh, introdotta nientemeno che da una personale versione di Like a virgin di Madonna, al grido (sommesso) di «Italians do it better».

Dopo il finale, torna ancora una volta in scena («Solo un brano, ancora un brano, siete grandi»), per cantare -con gli occhi chiusi e una mano in tasca- nientemeno che Thunder Road di Springsteen, perché ribadire il proprio affetto per il mito della nostra adolescenza non fa mai male.
Incantevole.

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