Cultura Genova Giovedì 28 ottobre 2010

Festival della Scienza: è l'ora del Nobel Riccardo Giacconi. L'intervista

Venerdì 29 ottobre 2010, alle ore 18.00, nella Sala del Maggior Consiglio di Palazzo Ducale l'astrofisico Riccardo Giacconi, premio Nobel per la fisica nel 2002, tiene una lectio magistralis dal titolo L'astronomia a raggi X. Al termine della conferenza Giacconi viene insignito del Grifo d'Oro, la massima onorificenza cittadina.

Genova - «Il problema in Italia è che anche se i cervelli ci fossero non servirebbero comunque. Non mancano le idee, ma il potere per metterle in azione. Per fortuna c’è da lavorare all’estero, sennò si muore». Riccardo Giacconi, premio Nobel per la fisica nel 2002, a Palazzo Ducale venerdì 29 ottobre per il Festival della Scienza, è quello che si potrebbe definire un cervello in fuga.

Nato a Genova nel 1931 e volato negli States con una borsa Fulbright nel 1956, Giacconi non è mai tornato sui suoi passi ed è oggi un cittadino americano. Inventore dell’astrofisica a raggi X a trent’anni, cattedra a Harvard a quaranta e progetti per la Nasa per tutta la vita, Giacconi giudica il sistema Italia con una lucidità spietata.

«Fuga di cervelli, è una questione che non capisco». Spiega Giacconi in italiano, cercando le parole in una lingua che non padroneggia più appieno. «Se una persona vuole dedicarsi a fare una cosa ad alti livelli è naturale che vada dove c'è chi si occupa di quella cosa. Io sono andato in Indiana, negli Usa, per lavorare e imparare. In Italia il problema è che i cervelli non sono voluti, danno fastidio. E per cambiare mentalità ci vorranno generazioni».

Un cambiamento che, secondo Giacconi, deve passare attraverso un’idea diversa di Università. «Tutte le grandi scoperte scientifiche sono state fatte al di fuori dell’Università – prosegue il Nobel - i progressi non si fanno uniformando e diminuendo le distanze, ma creando l’eccellenza. La democrazia non funziona nelle scienze. E l'elitismo è un male necessario».

Lo stesso Giacconi, in una breve esperienza italiana come consulente del genovese Istituto Italiano di Tecnologia, ha avuto modo di constatare le distanze tra il sistema italiano e quello americano. «L’idea generale era quella di puntare all’eccellenza al di fuori delle Università. Il problema è che gli amministratori volevano creare dei laboratori a Quarto, al posto del manicomio, prima ancora di conoscere gli scienziati che ci avrebbero lavorato. I miei colleghi stranieri non capivano: da loro prima si trova il personale, poi si attrezza il laboratorio secondo le esigenze scientifiche. Al Mit di Boston, ad esempio, avevamo a disposizione dei capannoni industriali, degli enormi hangar vuoti dove prima erano posteggiati i camion del latte. Noi li abbiamo presi uno alla volta, adattandoli alle nostre ricerche».

Un approccio alla scienza e alla ricerca da cambiare, sostenuta dall’uomo che con la scoperta delle sorgenti cosmiche a raggi x ha rivoluzionato il modo di pensare l’universo. Non più solo stelle visibili per la loro lucentezza: basandosi sugli studi di Giacconi è oggi appurato che gran parte del cosmo è costituito da materia invisibile all’occhio umano. Scoperte che hanno reso possibili l'invenzione delle Tac mediche e degli scanner per i bagagli negli aeroporti.

Eppure lo stesso Giacconi ha avuto una carriera scolastica piuttosto irregolare. Figlio di Elsa Canni, insegnante di matematica e autrice del libro di testo di geometria tra i più diffusi nelle scuole del primo Dopoguerra, il futuro Nobel ha vissuto tra Genova e Milano e ha perfino ripetuto la terza elementare. «Non ero un bravo alunno: dal punto di vista disciplinare ero un disastro. C’erano le zuffe coi compagni: la maestra mi aveva messo nel banco da solo, vicino alla cattedra. E quand’ero a Genova, tra i sette e gli otto anni, marinavo la scuola per andare a pescare alla Foce. Certo, non era come oggi, con quell’orribile ammasso di cemento».

Una Genova fatta non solo di ricordi: Riccardo Giacconi ha anche idee su come cambiare radicalmente la skyline della città: «Venendo qui in aereo ero seduto di fianco a un ingegnere e ci siamo metti a chiacchierare del tunnel del San Gottardo: 57 km di scavo nella roccia. Perché non fare una cosa del genere a Genova, al posto della sopraelevata?». D'accordo, ma i finanziamenti? «È un progetto che porterebbe soldi e lavoro, è giusto pagarlo. Basterebbe che la gente spendesse meno soldi per Ipod e telefonini».

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