Libri Genova Venerdì 3 settembre 2010

Predrag Matvejevic a Mediterranea con 'Pane Nostro'

Genova - Dal mare nostrum, al pane nostrum: dal Breviario Mediterraneo al cibo che ne ha sfamato per millenni le popolazioni. In Pane Nostro (Garzanti, 238 pagine, 19.60 Eu) l'elegante scrittura di Predrag Matvejevic trasforma il più umile dei prodotti in una grande metafora, un ponte tra civiltà diverse, cresciute su sponde opposte dello stesso mare, ma accomunate da un retroterra culturale identico.
«Anche se il Mediterraneo non è la vera culla del pane - spiega Matvejevic, a Palazzo Ducale giovedì 9 settembre 2010 per la rassegna Mediterranea -, il pane collega le diverse sponde del mare nostrum, raggiungendo un più alto livello di significazione rispetto a quello del semplice alimento».

Condannato dalla Corte suprema croata a cinque mesi di carcere per aver definito talebani cristiani gli scrittori croati che fomentarono l'odio durante la guerra dei Balcani (pena poi resa non esecutiva in seguito alle proteste degli intellettuali europei), Matvejevic ci risponde al telefono da Zagabria, dove risiede da quando ha abbandonato il suo ruolo di professore ordinario alla Sapienza di Roma: «Dopo quattordici anni di asilo-esilio, l'anno scorso ho capito che l'Italia non era più un posto per me - spiega con tristezza - quando il ministro degli Interni ha proposto di schedare i bambini degli zingari prendendo loro le impronte digitali, non mi sono sentito più a mio agio».

Dopo aver raccontato la nostra civiltà nel suo Breviario Mediterraneo (Garzanti, 320 pagine, 17 Eu), titolo di successo tradotto in 23 lingue, l'intellettuale approfondisce il viaggio con Pane Nostro, un libro che, come da suo stile, non è né saggio, né romanzo, né racconto, pur comprendendo tutte le forme della narrazione. La nostra sarà una conversazione tutta giocata sul filo della metafora.
«Anche se saga è una parola nordica - approfondisce Matvejevic - ho tentato di scrivere proprio una grande saga sul pane, evitando di essere scientifico e accademico, senza ricorrere a note e formalismi. Ho avvicinato un discorso antropologico a un approccio sociologico e insieme teologico: si pensi alla lotta dei popoli per il pane, al pane come eucarestia e corpo di Cristo, che diventa ostia per i cattolici e assolve a funzioni rituali nelle altre religioni. Man mano che si scopre la metafora, il piano poetico - la scrittura - fa da collante e unisce tutti gli aspetti, portandoli a un livello più profondo: il significato del pane come fatto culturale».

Del resto, l'assonanza Pane nostro e Padre Nostro pare tutt'altro che casuale: «Lavoro molto sul testo - spiega Matvejevic - e tengo molto alla scrittura. Per questo, pur avendo una buona padronanza dell'italiano, ho sempre paura che la traduzione non rispecchi del tutto il significato profondo del mio stile. Sa, è la vecchia questione traditore - traduttore». E in effetti ciò che stupisce al telefono, oltre alla perfetta conoscenza della nostra lingua, è il modo in cui Matvejevic sceglie con cura ogni termine, per condurre la spiegazione della sua metafora a livelli profondi, senza fraintendimenti.

Così, con calma e pacatezza, il pane nostro si amplia e sfocia nel rito dell'accoglienza, nella radice comune di tutti i popoli, anche oltre il bacino del Mediterraneo. Prosegue lo scrittore: «Il successo di Breviario mi ha permesso di approfondire con degli studi e dei soggiorni in Mesopotamia tutte le tematiche che mi portavo dentro da almeno trent'anni. Ho imparato la lingua e la cultura islamiche, ho persino conseguito un dottorato in arabo e mi sono reso conto di come culture lontane avessero nel grano delle radici in comune. È la storia delle prime farine dei nomadi, delle sacche dei viandanti e del pane dei frati: che è lo stesso dei mendicanti e dei carcerati».

Un discorso non solo storico, che porta la parabola al presente di un Mediterraneo dilaniato sotto una pace apparente: oggi le difficoltà passano nell'acuirsi delle divergenze culturali, nel particolarismo, nella diffidenza e nella perdita dei valori intellettuali all'interno del consumismo occidentale e dell'integralismo orientale.
«Io temo il cambiamento in atto - conclude Matvejevic -. Nel passato tutto ciò di cui ci cibavamo era definito companatico, un termine che già nell'etimologia indicava la subordinazione di tutto al pane. Oggi, ma da almeno cinquant'anni è così, il pane è diventato secondario, un contorno. E se tra vent'anni saremo otto miliardi sulla Terra, di cui due senza pane, il pane nostro diventa una grande metafora della civiltà». Fuor di metafora, il vuoto di valori culturali non sarà solo la mancanza di un piatto da servire in tavola.

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