Concerti Genova Giovedì 22 luglio 2010

Ornette Coleman: il jazz all'Arena del Mare

© Andrea Baroni
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Genova - Che fosse un'occasione speciale lo si era percepito fin dall'inizio, con la emozionata presentazione del patron Marco Tindiglia e l'atmosfera di eccitazione che regnava fra il pubblico. Ma la conferma la si è avuta subito dopo, e per un'ora e mezza abbondante, con la musica, culminata con un vero e proprio abbraccio da parte di un pubblico entusiasta. Il concerto di Ornette Coleman, uno dei pochi giganti del jazz ancora in piena attività, che ha aperto la settima edizione del Gezmataz festival al Porto Antico di Genova e contemporaneamente la mini tournee italiana dell'ottantenne sassofonista statunitense, è stato un vero e proprio trionfo, ed una dimostrazione eloquente della perdurante vitalità creativa di Coleman.

Con una formazione originale composta da due bassisti, l'uno, Tony Falanga, in funzione ritmica, l’altro, Al Mc Dowell, al basso elettrico contrappuntistico e dal figlio Delgado alla batteria, Ornette, in uno dei suoi classici completi “dipinti”, ha volato con il suo sax alto attraverso una carriera cinquantennale nella quale il principale segno distintivo rimane l'innovazione che spesso ha dato luogo alla creazione di nuove forme sonore, per citare uno dei suoi suggestivi titoli. Non è semplice descrivere la musica di Coleman, a parte rimarcane l'unicità anche nell'attuale panorama musicale: è una musica fatta di spigoli e lacerazioni, di percorsi che sembrano sempre sul punto di finire nel vuoto e poi magicamente si risolvono in poesia.

Sono composizioni brevi in cui l'unico ruolo solistico è quello del leader e gli altri strumenti svolgono la funzione di supportare, sottolineare o doppiare le frasi del sax, della tromba e del violino altri classici strumenti di Coleman. Non sono mancati i classici, pescati dalla sterminata discografia del musicista di New York: da Turnaround (tratta da Tomorrow is the question, stiamo parlando del 1959), alla splendida Lonely woman, ma ogni pezzo aveva molto da raccontare, quasi una tela di arte contemporanea da ammirare estasiati per assorbire e riflettere le emozioni suscitate. Unica pecca, secondo me, la riproposizone della Suite n.1 per violoncello di Bach, che ha sfiorato pericolosamente i confini del kitch, ma a Coleman si può perdonare questo ed altro.

Dopo un'ora e mezza, guidato dai cenni di Tony Falanga, Ornette ha ringraziato il pubblico per tornare subito dopo, quasi sull'onda fisica di un entusiasmo che ha condotto moltissimi appassionati a guadagnare il sottopalco per ringraziare, congratularsi o stringere la mano all'inventore del free jazz. E lui, nonostante il caldo asfissiante, amplificato dai riflettori, nonostante l'età, ha imbracciato il sax e ricambiato l'affetto con un ultimo splendido volo libero.

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