Libri Genova Sabato 19 giugno 2010

La Cacciatrice di Teste: intervista a Claudio Paglieri

Genova - Marco Luciani è tornato. Più magro del solito. Ai limiti di una pericolosa anoressia, in cui il mal di stomaco si lega ad una sospetta intolleranza alimentare. Un metro e novantasette di adrenalina e rabbia per un amore sotto brace che pulsa nella memoria come una sveglia acuta, una maledetta mano da chirurgo.
Continua a correre il commissario Marco Luciani ma a volte sviene per il fisico troppo sottoalimentato. Anche in una storia anomala, ad incastro cinese come è La Cacciatrice di teste di Claudio Paglieri (Piemme, 384 pp, 17 Eu), ambientata tra Genova, Camogli e Ventotene.

I personaggi sono un vecchio morente, un figlio considerato incapace destinato a diventare ministro della Repubblica, un anziano antico come il mare ligure e con la stessa ingenuità, e una donna cacciatrice di teste: la protagonista è però una statua in bronzo attribuita a Lisippo, dallo sguardo che fa male tanto è bello e trasparente, di valore inestimabile come i Bronzi di Riace, senza testa. Il commissario Luciani si ritrova dentro una storia dove anche il lettore diventa una parte attiva del libro.
Lo chiediamo a Claudio Paglieri, che mi risponde dalla redazione del Secolo XIX in cui oggi si occupa di sport, dal tennis al calcio che straripa dagli schermi.

Sei tornato al primo amore, Claudio, quello che ti aveva ispirato in fondo Domenica Nera?
«Si, sono tornato al mio antico amore (sorride come un gatto mammone, ndr), anche se gli sport che io seguo di più sono il tennis e il basket. Ma il calcio oggi dilaga e quindi bisogna occuparsene. C'è molto da fare ogni giorno».

Come ti spieghi questa nuova tecnica che hai usato con l'ultimo Luciani?. È un gioco d'incastri che hai preparato a tavolino oppure è il frutto della tua creatura che vive ormai per conto proprio?
«Veramente è un maledetto lavoro di pazienza e di fatica. Anche se ti confesso che mi sono ispirato moltissimo alle serie televisive di questi anni (Lost, una fra tante) dove questa tecnica dei richiami all'indietro o in avanti viene molto usata. Sul video è più facile. Nella narrativa è una sfida che ho voluto cercare di cogliere anche perchè si tratta di uno sguardo nuovo».

Come mai Marco Luciani è sempre così magro e non famelico?
«Perché l'ho voluto distinguere dagli altri commissari che passano le loro giornate ad abbuffarsi e a decantare una sfilza di cibi sopraffini, tipo Montalbano o Pepe Carvalho (e anche il loro genitore Maigret, ndr). L'ho voluto inoltre mantenere così spigoloso perchè credo che il suo bello stia proprio lì, nei suoi angoli acuti come persona. Pur negandosi e negando(gli) certe bellezze della vita».

In quest'ultimo romanzo sembri in qualche modo aver anticipato in modo profetico La Cricca.
«Non è un romanzo a sfondo politico, ci tengo a dirlo. È soltanto uno specchio della situazione attuale, una presa diretta della realtà in cui viviamo. Loro, i politici, sono un po' troppo i padroni a casa loro. Quello che temo è che qualcosa possa scoppiare anche nell'ambiente dell'archeologia, magari d'estate. Il mio libro è però un omaggio alla giustizia».

L'archeologia tu l'hai succhiata con il latte, vero?
«Sì, era il lavoro dei miei genitori, e mi è rimasto addosso il fascino delle loro ricerche».

Il sesso nei tuoi libri è un'esigenza di cassetta oppure è un ingrediente a cui tutti noi andiamo ad attingere, compreso Marco Luciani, nonostante la sua carica ascetica?
«Il sesso che metto nei miei libri fa divertire i maschi e incazzare le donne, che naturalmente non si ritrovano in una visione così maschilista del corpo e dell'amore. Diciamo che per me è una componente naturale della storia, anche se mi diverto ad usare un condimento piuttosto spiccio».

Il personaggio di Marietto, l'antico ligure che vive come il mare (onda su onda, giorno su giorno), mi ricorda molto la gente che popola le nostre campagne, quelli a cui le parole devi strapparle come i denti.
«Mi piace molto questo personaggio, in cui ho buttato umanità e ricordo. È la mia risposta personale a un mondo dove la velocità e l'assenza di delicatezza stanno ammazzando il ricordo, una voglia di conservazione allo stato puro. Sono convinto che qualcosa di nostro debba restare».

L'Ergastolo di Santo Stefano a Ventotene per te è soltanto un carcere?
«Premetto che è un luogo magico, tra il carcere settecentesco dove gli uomini soffrivano e basta, e una sorta di idea massonica per raggiungere la redenzione. Quando ci sono stato in vacanza la prima volta ho subito compreso che era una location adeguata per un film, una storia, un libro. Ciò che mi ha turbato è la sofferenza che cola dai muri. Ne sono stati ospiti anche Gaetano Bresci, l'anarchico, e Sandro Pertini, il nostro Presidente dal volto più umano».

Come umanità Marco Luciani resta imbattibile, pur nei suoi centonovantasette centimetri di ossa, spigoli ed un metro buono di cuore. Claudio Paglieri ha scritto un terzo libro non perdendo neanche un grammo di grinta, vivacità e tannicità.
Stai invecchiando come il vino, Claudio, ma nell'ultima bottiglia hai voluto disciogliere anche una polvere finale che fermenterà assai: un futuro a sorpresa (un botto da champenoise d'antan) anche per Marco Luciani. Una prospettiva umana. Un regalo. O un destino?

P.S.: ma a Luciani dovevi togliergli anche la focaccia, quella bella unta dove l'olio macchia la carta tanto da farla traslucida e le dita te devi lavarle con il sapone di marsiglia? Anche quella?

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