Libri Genova Martedì 15 giugno 2010

Wole Soyinka al Festival di Poesia: l'intervista

Genova - Il drammaturgo e poeta nigeriano Wole Soyinka, premio Nobel per la Letteratura nel 1986, è per la terza volta a Genova, ospite del sedicesimo Festival Internazionale di Poesia.
Nato nel 1934, Soyinka è stato protagonista e cantore del processo di decolonizzazione che ha portato la Nigeria all’indipendenza, ma anche una voce scomoda per i vari governi post coloniali, dei quali ha sempre denunciato l’endemica disonestà e corruzione sin dalla commedia A dance in the forest (1963). Attivo nel formare una nuova identità nazionale in un Paese di 115 milioni di abitanti suddivisi in quattrocento etnie diverse, il poeta assiste al lento scivolare della Nigeria verso la dittatura, culminata nel 1995 col regime del generale Sani Abachi. Molti intellettuali vengono condannati a morte, tra cui Saro-Wiwa, scrittore suo sodale, e lo stesso Soyinka è costretto a riparare all’estero inseguito da una condanna alla pena capitale per tradimento. Caduto il regime nel 1998, il drammaturgo torna in Nigeria per poi trasferirsi negli Stati Uniti, dove attualmente vive.
La sua esperienza permette allo stesso tempo un’analisi interna ed esterna del continente africano, osservato sia dal punto di vista delle radici etniche, sia da quello del mondo occidentale.

In questi giorni l’Africa è alla ribalta soprattutto per i mondiali di calcio sudafricani, un evento mediatico a cui lo scrittore non attribuisce un valore di riscatto: «non ho la febbre dei mondiali e guardo i match solo se capito davanti a una tv accesa. Sono immune alla malattia del tifo e sono un dissidente del campionato del mondo, perché considero sbagliato un mondiale che colloca l’Africa su una carta geografica: dovrebbe esserci per altri aspetti, come la creatività, la letteratura, soprattutto quella femminile delle giovani scrittrici, oppure per l’arte e la musica di Youssou N’Dour. Senza dimenticare i Paesi che si affrancano dalle dittature. Comunque, preferisco che si parli dell’Africa per i mondiali piuttosto che per la fame o le guerre con cui si è soliti ricordarla».

Secondo Soyinka la febbre dei mondiali è espressione di un rapporto non risolto con l’Occidente, che conserva ancora oggi un atteggiamento ambiguo, sempre in bilico tra l’assistenzialismo e lo sfruttamento economico: secondo lui il colonialismo «persiste in forme surrogate». Per questo lo scrittore guarda con diffidenza anche agli aiuti umanitari: «gli aiuti non mi sembrano né genuini né altruistici, perché spesso i governi occidentali appoggiano dittature brutali» afferma. «Io non credo negli aiuti, ma nelle relazioni di mutuo e reciproco profitto. Le donazioni non sono salutari, sono una forma più sofisticata della carità ai lati delle strade. L’Africa ha tante risorse da cui trarre ricchezza: l’Occidente ha la tecnologia e l’esperienza, noi le materie prime. Allora sediamoci a un tavolo per il reciproco sviluppo».

La diffidenza maturata nei confronti dell’Occidente non esiste, a detta del drammaturgo, nei confronti della Cina, il Paese che con più forza, negli ultimi anni, ha aperto agli scambi commerciali con l’Africa. Proprio il principio dello scambio crea il presupposto per un trattamento diverso, da pari, per cui non si può parlare di una forma di neo-colonialismo. Come afferma il Nobel, «la Cina non impone il suo stile di vita come superiore, ma è interessata solo alla relazione commerciale, stando lontana dall’imporre un modello politico o sociale».
Un’Africa, dunque, che deve camminare con le proprie gambe, senza cercare la speranza in stimoli lontani, come l’elezione del presidente Obama. Per Soyinka il primo presidente nero alla guida della potenza mondiale deve essere un monito morale per riflettere sulla situazione locale, non una conquista africana. Perché, nonostante il padre keniota, Obama è e resta un’espressione puramente americana: come recita una canzone popolare di Nairobi «è più facile per un keniano diventare presidente degli Usa che presidente del Kenya».

Lo stimolo per il cambiamento deve partire dal basso, dai cosiddetti ignoranti, in cui lo scrittore ripone la fiducia per il cambiamento: «il ruolo degli intellettuali è il ruolo di qualunque cittadino: se diverse sono le sue capacità di analisi e di obiettività, nel costruire una nuova società essi hanno un ruolo come tutti gli altri, perché la paura non cattura solo gli ignoranti. E spesso queste persone mostrano sofisticate capacità di analisi politica e chiarezza dei propri obiettivi, senza complicare con sovrastrutture. Mentre noi stiamo a parlare, loro sanno già dove andare».

Nel contesto contemporaneo l’arte e la letteratura non hanno solo una funzione analitica, ma possono avere dei risvolti sociali diretti; è il caso del laboratorio teatrale guidato da Wole Soyinka coi ragazzi nei quartieri malfamati di Kingston, i garrison, in cui il drammaturgo coinvolge i giovani appartenenti a gang rivali per la creazione di un unico spettacolo. Un’esperienza in cui l’arte rende possibile la maturazione di una coscienza sociale dell’individuo, annullando la violenza dell’ambiente. Un’esperienza simile a quella condotta da Marco Baliani con il progetto che portò alla realizzazione di Pinocchio nero, lo spettacolo realizzato nel 2004 con i ragazzi degli slums di Nairobi.
Ricorda Soyinka: «lavorare coi giovani giamaicani, con dei ragazzi a rischio, è stata un’esperienza magnifica. Le zone in cui vivono sono ben delineate e non si passa da una all’altra: i bambini vi nascono, vi crescono e vi muoiono senza mai oltrepassarle. Io chiedevo ai ragazzi di mettere in scena e disegnare la loro esperienza nei quartieri, creando un momento di comunicazione tra le varie gang. Riuscire a portarli via per un progetto teatrale è stato anche drammatico: a volte la polizia chiamava chiedendoci di tenere i ragazzi con noi per la notte, perché nei garrison erano in atto delle sparatorie. Ho perso così due attori del mio gruppo durante la produzione».
Lo spettacolo che ne è nato ha portato in tournée uno spaccato delle loro vite.

L’analisi di Soyinka non si limita solo alle realtà dei Paesi in via di sviluppo, ma si apre anche alle questioni genovesi, in primis il dibattito intorno all’opportunità di costruire una moschea islamica al Lagaccio: «non capisco la controversia: c’è gente che ha bisogno di religione, altra no. Ma la religione richiede rispetto reciproco e nessuna religione dovrebbe ricevere contributi statali, perché si tratta sostanzialmente di un club privato». Un discorso strettamente legato alla paura, secondo lo scrittore «necessaria per governare dove mancano l’autorità e il potere popolare: nelle democrazie genuine e reali non c’è bisogno di paura, come la paura della moschea, o la paura degli immigrati».

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