Concerti Genova Lunedì 17 maggio 2010

Jethro Tull, inossidabili ed emozionanti dopo più di 40 anni

Genova - Jethro Tull fu un agronomo inglese vissuto a cavallo tra il '600 e il '700. Ma per tutti, da quando una sera del 1967 un quartetto di giovani strumentisti britannici di belle speranze si presentò, con questo nome, al leggendario Marquee di Londra, è uno dei più famosi, longevi, amati gruppi musicali mondiali.

Venerdì 14 maggio, organizzata da Energie Multimediali di Massimo Sabatino, c'è stata l'unica tappa italiana di questa uggiosa primavera: a Genova, in un Vaillant Palace (veramente) tutto esaurito.

L'attesa è palpabile tra il pubblico variegatissimo e fatto in gran parte di appassionati fedeli e intenditori. Appena si spengono le luci e parte il primo brano (il forse non conosciutissimo Dun Ringill dall'album Stormwatch, 1979), si capisce che l'attesa non sarà delusa. Alla fine saranno diciassette i pezzi eseguiti, divisi in due tempi, per due ore di grande musica.

La scelta è ampia e varia all'interno dell'estesa discografia del gruppo. Anche se, forse, qualche classico atteso non è stato eseguito. Ma, d'altra parte, non era proprio possibile accontentare tutti in una sola serata.

La formazione è quella classica degli ultimi anni che vede, accanto all'inossidabile e indiscusso leader Ian Anderson, Martin Barre fedelissimo chitarrista dal 1969, Doane Perry alla batteria, con 25 anni di militanza nella band e parecchie bacchette spezzate e scheggiate nel corso della serata, e, perfetti nel loro ruolo, John O'Hara alle tastiere e David Goodier al basso.

Il risultato è un'ottima esemplificazione di quella miscela equilibratissima, inconfondibile marchio della casa da quasi quarantatre anni, di rock, prog, blues folkeggiato e toni classico-baroccheggianti, assai ben suonato da professionisti eccellenti.

Certo (ed è naturale), la voce di Anderson è un pochino meno graffiante di ventotto anni fa al Palasport (ma colpisce sempre nel profondo) e i ritmi del gruppo un tantino più compassati. Ma il carisma del musicista scozzese è inalterato e salire sul palco per la premiazione ad opera del noto liutaio milanese Federico Gabrielli, con il Mandolino Genovese, giunto alla sua dodicesima edizione, è, senza mezzi termini, davvero emozionante.

Il folletto scozzese è inimitabile nel suonare il flauto traverso, che da sempre, lo contraddistingue, con quei saltelli su una gamba sola che mandano in visibilio il pubblico. Imbraccia qualche volta la chitarra, soffia in un'armonica e, soprattutto, dimostra di avere bene in pugno la band, in un grande affiatamento, specie con Martin Barre che si esibisce in alcuni assolo di notevole intensità.

Così nella prima parte si sono susseguiti Beggar's Farm da This Was (1968), un notevole tris da Stand Up (1969), ossia nell'ordine Nothing is easy, A New Day Yesterday e a chiudere Bouree, classica interpretazione andersoniana di un super-classico di J.S. Bach.

C'è stato spazio anche per il baroccheggiante arrangiamento di uno scritto del Re Enrico VIII (Pastime with Good Company), per Eurology, dal quarto album solista di Ian (Rupi's Dance del 2003), per il pezzo da lui scritto per Ravi Shankar e sua figlia Norah Jones (A Change of Horses). Eseguite anche due canzoni tratte da Songs from the Wood (1977), la title-track (grande esecuzione nell'occasione) e Jack in the Green, per Budapest (da Crest of a Kanave del 1987) e per la nuova Hare in the Wine Cup.

Ma è con Aqualung, amatissimo evergreen hit dell'omonimo e famosissimo album del 1971, (di cui sono stati suonati anche un'ottima versione di My God e Cross-Eyed Mary), che l'entusiasmo sale al massimo e un centinaio di giovanissimi improvvisano un simil-pogo sotto il palco, con qualche disappunto da chi occupava le prime file.

Grandi applausi ed ovazioni ripetute. C'è ancora tempo per un bis, sempre di enorme impatto emotivo, come Locomotive Breath.

E l'impressione è che il treno Jethro Tull continuerà a correre ancora.

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