Concerti Genova Lunedì 19 aprile 2010

Boris Savoldelli incanta con la sua voce

Genova - Miracolo a Genova: la moltiplicazione delle voci e dei suoni. Non vi paia troppo blasfemo quanto annunciato nell'incipit, perché assistere a un concerto del performer Boris Savoldelli è sempre un'esperienza unica. E lui ci guida con la sua ugola attraverso la contagiosa emozione tecnica e tecnologica del proprio genuino incantesimo elettroacustico.

Come lavora Savoldelli? Ha - intanto - una voce versatile e cangiante, coltivata e cresciuta con scuola; quindi un microfono. Poi le macchinette ovvero una serie di effetti elettronici capaci di moltiplicare, modificare, ripetere, amplificare, sovvertire ogni melodia che canta. In sostanza una voce che diventa gruppo rock, jazz band, quartetto d'archi o orchestra sinfonica a seconda dei casi e delle esigenze.

La lieta epifania si è palesata sabato 17 aprile presso La Stanza della Poesia di Palazzo Ducale, (organizzazione Genovainedita). Savoldelli ha incontrato il pubblico dando vita ad una suggestiva performance ricca di vivacità anche sul piano comunicativo. E ti prende: è sperimentale ma non pesante o difficile; sa alternare ogni prova anche con gustosi siparietti aneddotici capaci di scaldare la platea. Insomma, ci si diverte.

E così il compositore mostra gioiellini del suo primo cd Insanology: si parte con il funky di Andywalker (coronato da una chiusa diplofonica, quasi ad omaggiare Demetrio Stratos) e si finisce nel rutilante e percussivo Messico di Mindjoke. Ci si raccoglie un attimo nelle atmosfere quasi cameristiche di Bluechild, quindi i ricordi di un lombardo cresciuto tra i cori di montagna (Moonchurch) e l'Africa che - a poco a poco - si popola di misteriose (ma immaginabili) forme di vita (De-Toxic-Hatefull).

Qua e là c'è spazio pure per qualche cover: Savoldelli reinterpreta magistralmente Pride degli U2, lo standard Nature Boy (do you remember Moulin Rouge?) e la lisergica Tomorrow Never Knows dei Beatles. Congedo ad effetto con un'improvvisazione blues caratterizzata da una big band strepitosa.

È musica ma, a suo modo, anche teatro, perché il gesto vocale crea uno spazio scenico che ognuno di noi può inventarsi nella mente durante un ascolto che cattura ma non ti imprigiona, semmai ti libera. Da categorie ed etichette. Come libero è questo talento bresciano, ancora troppo poco noto da noi eppure attivo con performance da New York a Mosca. Meditiamo ma, soprattutto, ascoltiamo.

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