Concerti Genova Martedì 22 dicembre 2009

Hip hop, la musica dell'integrazione

Le serate hip hop, reggaeton e r’n’b organizzate da dj Nas sono il venerdì al Peyote, (piazza Piccapietra 18) e il sabato all’Impero (ex Vanilla, via Brigata Salerno 4).

Genova - 1998. Nasr Eddine Zenati, per tutti Nas, parte dal Marocco. Meta: l'Italia, più precisamente Genova. Raggiunge il padre, emigrato nella nostra città. Ha 19 anni e il primo piede, come mi racconta lui stesso, lo mette dentro un cantiere. Il lavoro prima di tutto.

La passione per la musica black, che lo accompagna da sempre, lo porta nel weekend a ballare al Fitzcarraldo, un tempo gettonato ritrovo hip-hopparo, da anni con il lucchetto alla porta. Dalla pista gli sale la voglia di raggiungere la consolle. Cuffie alle orecchie inizia a mettere musica in giro per locali. Non solo si diletta ai piatti, ma col tempo dj Nas prende in mano le redini dell'organizzazione delle serate. «Le prime sono state sopra una pizzeria al Lagaccio con dj Smile», ricorda sorridendo. Poi il salto al Fronte del Porto, chiuso di recente, nessuna notizia di una prossima apertura. E siamo a due.

«Sono pochi i posti che danno opportunità per questo genere musicale. Quello che vorrei fare è cambiare la visione del mondo hip hop, legata allo spaccio e alle risse. Mischiare il nero col bianco, creare ambienti multietnici. Vorrei spingere questo genere, ma non è facile qui. Altri organizzatori sono stati costretti a lasciare Genova». Al mio sguardo interrogativo risponde: «perché Genova non è ancora pronta al melting pot. L'integrazione è difficile, mancano le strutture, a partire da scuole per l'insegnamento della lingua. Dovrebbero esserci organizzazioni che aiutano gli emigrati non solo a imparare l'italiano, ma anche a conoscere le regole e le abitudini della gente di qui. Per me è stato diverso perché avevo mio padre, ma conoscono molti ragazzini che non hanno nessun punto di riferimento. È importante che maturino un senso di appartenenza e dunque di responsabilità verso il Paese in cui vanno a vivere».

Ha un modo di parlare calmo e razionale, Nas. Non ha paura di commentare le cattive abitudini di alcuni suoi connazionali, riconoscendo tuttavia le responsabilità di un paese che lascia a se stessi i nuovi arrivati. Crede sinceramente nella possibilità di un sano futuro multietnico. Forse perché lui stesso è un buon esempio di questo modello virtuoso di integrazione. Un ragazzo che ha le «proprie basi qui», come dice lui, una rete di amicizie, un lavoro, una moglie italiana, orgoglioso delle proprie origini e con il desiderio di rendere Genova un posto migliore grazie al contributo di tutti. «È inutile scappare dalla realtà. Bisogna cercare di mettere la mano tutti insieme».

Nas ci prova attraverso la musica e le serate che organizza. «Vorrei creare eventi anche fuori dai locali, che magari coinvolgano lo sport. Ad esempio, la musica hip hop è legata al basket e anche alla break dance e all'hip hop come stile di danza. L'hip hop non è una cosa da guardare in tv, come i video di 50cent, pensando di fare il gangster. L'hip hop è anche un'arte, è una cultura nata dalla sofferenza di un popolo. Non è nata per delinquere».

E davvero i locali sono il migliore punto di contatto tra le culture che gravitano intorno alla città. Il linguaggio universale della musica favorisce l'incontro spontaneo, sfonda le barriere linguistiche, fa muovere i corpi secondo uno stesso ritmo. «Le serate di black music sono già multietniche», mi conferma Nas. «Dal latino all'italiano, dal capoverdiano al brasiliano. C'è il mondo dentro la serata. Quello che stiamo cercando di fare è una selezione severa all'ingresso per mandare il messaggio che non è un luogo per spacciare o portare via le borse. È importante che l'ambiente hip hop venga mostrato e vissuto nel modo giusto». Speriamo solo che i locali che ospitano dj Nas e colleghi abbiano miglior sorte dei loro storici predecessori.

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