Teatro Genova Teatro Garage Lunedì 12 ottobre 2009

Lo 'Zoo di vetro' di Jurij Ferrini al Teatro Garage

Genova - Definito dal suo stesso autore Tennessee Williams un «memory play», The glass menagerie (titolo originale) o Zoo di vetro (in scena per la prima volta al Civic Theatre di Chicago - Illinois - nel 1944) incarna l'idea di un teatro plastico e non realistico, per cui dovrebbe essere messo in scena - come indicato dal drammaturgo americano stesso nelle note al testo definitivo (Random House, 1945) - in modo anticonvenzionale «non per sfuggire alla responsabilità di avere a che fare con la realtà, ma per trovare un approccio più penetrante e un'espressione più vivida per le cose così come sono nel mondo».
A partire da queste stesse parole dell'autore e per una «vera e propria folgorazione per il personaggio di Laura Wingfield», Jurij Ferrini, attore e regista di Progetto U.R.T., ha deciso di riportare in scena questa grande commedia classica, che sarà in anteprima al Teatro Garage, dove apre la nuova stagione - venerdì 16 e sabato 17 ottobre 2009 alle ore 21.

«È bello - prosegue Ferrini - parlare di fragilità dell'essere umano in un'epoca come la nostra, dove ci sentiamo o siamo costretti a essere supereroi, salvo poi scoprire che non lo si è più e - arrivati a quel punto - non riuscire neppure a riconoscere il proprio sé».
L'amore a prima vista Ferrini - in scena accanto a Alessandra Frabetti (nel ruolo di Amanda) e Aurora Peres (Laura Wingfield) - l'ha provato non solo per il personaggio di Laura («con la sua ritrosia, la sua incapacità d'espressione, che catalizza in sé tutto il peso di una famiglia malandata, ma invece di reagire all'esterno si chiude in se stessa, diventando vittima e protagonista»), ma anche per la scrittura di Williams. «Di Williams ho letto anche due testi inediti L'eccentricità di un usignolo e Rodaggio matrimoniale: scritti in modo incredibile. Mi piace la sua grazia nella scrittura e la sua capacità di raccontare delicatezza e fragilità delle persone. Zoo di vetro propone una scrittura alta, solo apparentemente realistica, sullo sfondo di una recessione economica terribile che portò alla fame, si muovono e parlano personaggi dalla forte dignità, che portano avanti valori forti e nel disagio mostrano nobiltà e delicatezza, ma anche forte rispetto».

Come hai impostato la regia?
«Più che altro ho spostato decisamente la narrazione nel presente di Tom, qualcosa che comunque era già nel testo. Per cui la storia fa parte di quello che Tom ricorda del suo passato. La scena evoca la prua di una nave ed è Tom ad essere visitato da queste figure familiari, piuttosto che tornare lui a casa. Al pubblico è lasciato poi di immaginare lo sfondo sociale su cui navigano i personaggi».

La tua produzione vira più verso il dramma psicologico o la commedia?
«Senza dubbio la commedia. La scena più drammatica - per intendersi - è un bacio. Persino Laura è un personaggio molto clownesco che fa anche ridere sempre un po' fuori testo, perché vive in un mondo tutto suo fuori dal contesto dentro le sue timidezze. E poi c'è il grande assente: il padre, quasi beckettiano anche se a differenza di Godot, qui non lo aspetta nessuno. Tutti però ne vivono drammaticamente l'assenza. È lui, il grande assente, a far nascere il bisogno di una soluzione che, secondo Amanda, la madre, sarebbe per tutti Jim».

Regista e attore, come spesso accade nelle tue produzioni. Ma questa volta con un doppio ruolo: Tom, il fratello di Laura e Jim, amico di Tom, a suo tempo innamorato di Laura. Che relazione c'è tra i due personaggi e come attore nell'interpretarli?
«Una delle molte ragioni che mi ha portato al doppio ruolo, forse la più semplice e tecnica, è che Jim non può essere un ricordo così vivo nella memoria di Tom e poi perché Tom non poteva essere presente in alcuni momenti intimi tra Jim e Laura. Però Tom sa benissimo di essere responsabile verso la sorella, perché è stato lui a portare Jim in casa e per questo prova un forte senso di colpa. Quindi da parte dell'attore c'è il tentativo, mentre fa Tom, di raccontare Jim, soprattutto per amore verso la sorella, che è morboso. Tom si proietta molto su Jim, c'è un po' di Jim dentro di lui, o almeno così lui vorrebbe. Poi ci sono molti altri significati e sovrapposizioni che lascerei al pubblico di immaginare e costruire».

Altri spettacoli hanno influenzato questa produzione, penso al recente Zoo di vetro di Andrea Liberovici?
«Non guardo mai il lavoro degli altri perché, nel bene o nel male, diventa un disturbo di fondo».

Si parte dal Garage, poi lo spettacolo andrà in tournée?
«Partiamo da un teatrino piccolo con una specie di prova aperta, una vera e propria anteprima di un'opera incompiuta in uno spazio dove il pubblico ti abbraccia e vive lo smarrimento degli interpreti ancora non troppo sicuri. È una cosa che mi piace molto fare, l'avevo fatto anche per Macbeth, perché non mi piace quando troppe cose sono ormai già fissate e confermate nella recitazione, si finisce per perdere qualcosa. Dopo il Garage, saremo a novembre al Teatro Litta di Milano (dal 3 al 15) e tra le altre piazze anche all'Arena del Sole di Bologna».

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