Concerti Genova Lunedì 6 luglio 2009

Break Out Festival: il concerto di Caparezza

Genova - "Tu che ne sai della vita degli operai / Io stringo sulle spese e goodbye macellai" (da Eroe (Storia di Luigi delle Bicocche).

Si può andare ad un concerto, divertirsi, fare casino, saltare e colmarsi di idee intelligenti?

Sì. Capa, saltar bene per sentirsi in forma, stava scritto sulle T-shirt del merchandising, ed è esattamente quello che si è vissuto sabato 4 luglio al Breakout Festival di Villa Serra, a Sant'Olcese.

Ospite Caparezza, con il suo spettacolo Il Tour del Caos, che solo in maniera semplicistica si può chiamare concerto. Perché, parallelamente al progetto dell'ultimo lp La Dimensione del mio Caos, da lui definito un "fonoromanzo" (in pratica un concept album, legato al progetto del suo primo libro Saghe Mentali), l'artista molfettese porta in scena un vero e proprio spettacolo: cambi d'abito e travestimenti, band trasformista e comparsate di gorilla, yeti, protagonisti di videogames, camerieri in livrea, immagini della morte, combattimenti con spade laser, lettighe d'alto impero trascinate da schiavi alla frusta.

Caparezza è, a mio modo di vedere, uno degli artisti più geniali ed acuti dell'ultimo decennio. Refrattario ad ogni tipo di etichetta, si muove musicalmente tra rap, hip hop e crossover, in un percorso di contaminazione sonora basato sul ritmo, e che non lascia scampo: si salta e si fa casino. Caparezza è un trascinatore di folle, e che coinvolge nel suo rituale al livello primario: quello della fisicità. Non a caso il concerto inizia sulle note di Bonomo Power, in cui declama che "la scimmia è l'evoluzione dell'uomo": il brano di chiusura dell'album, che lì fa pubblica denuncia dei limiti della società umana e delle sue regole, diventa sul palco l'interruttore delle pulsioni più basilari del pubblico, per risvegliare i corpi e gli istinti tribali. Inizia così un percorso che, in un paio d'ore di pura energia, chiuderà sulle note di Ilaria Condizionata, l'epica sconfitta di un'identità sballottata tra i mille condizionamenti della società dell'immagine e del consumo.

Attento e caustico osservatore della società, Caparezza condisce testi infarciti di (apparenti) assurdità e paradossi, in un gioco di "rime ad incastro" nella cui morsa si attiva anche la più bruciante autocritica (già il solo titolo di Abiura di me la dice lunga). E se in alcuni episodi i riferimenti sono espliciti e l'oggetto di denuncia ben definito (al volo: Vengo dalla Luna sull'immigrazione e l'accoglienza, Vieni a ballare in Puglia sul disagio sociale ed ambientale della sua regione natia) Caparezza non ha paura di portare con sé il pubblico verso livelli concettuali più complessi, spesso con piani di lettura sovrapposti e mutevoli: un esempio per tutti, la geniale La Rivoluzione del Sessintutto, o La Mia Parte Intollerante.

Alla fisicità, così, si associa un costante pungolamento delle coscienze: lo tsunami di parole, immagini, riferimenti singoli e incrociati, sono l'innesco della tensione sociale, primo motore del suo lavoro e del suo messaggio. Muoversi, sì. Ma anche pensare.

D'altronde, da chi canta "io faccio politica anche quando respiro" non può certo mancare una costante riflessione sulle contraddizioni della contemporaneità: così ragiona con il pubblico sulla inquietante preveggenze della sua Io Diventerò Qualcuno, in cui ha anticipato il processo di coptazione di personaggi televisivi nel mondo della politica, o l'introduzione teatrale di La Grande Opera, che per l'appuntamento genovese si scaglia contro la costruzione della gronda, per la quale si dovranno bucare "le montagne piene di amianto".

Ma ciò che interessa di più Caparezza, e che lo rende autore politico (nel senso più nobile del termine), è la costante denuncia contro l'ingiustizia, che lo ha portato a scrivere, solo pochi anni dopo l'anti-inno Fuori dal Tunnel, uno dei manifesti più vibranti e diretti di denuncia sociale.

Eroe (Storia di Luigi delle Bicocche), infatti, si inserisce a pieno titolo nella grande tradizione della canzone d'autore italiana, sulla non troppo sottile linea di confine che separa il genio diretto e proletario di Rino Gaetano dalle lingue allenate a battere il tamburo di cui, ormai vent'anni fa, Fabrizio De Andrè denunciava la scomparsa in La Domenica delle Salme.

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