Libri Genova Mercoledì 3 giugno 2009

'Raggiungere l'ultimo uomo': la recensione di Claudia Priano

Venerdì 5 giugno, alle 18 presso la Feltrinelli di Genova (via XX Settembre) la SIL presenta Scrittrice presenta scrittrice: Maria Pace Ottieri, autrice del libro Raggiungere l'ultimo uomo (Einaudi), presenta Claudia Priano, autrice di Smettila di camminarmi addosso (Guanda), e Claudia Priano presenta Maria Pace Ottieri.
Con Silvia Neonato, giornalista; modera Laura Guglielmi, giornalista.

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Genova - Sento spesso dire che i libri sono un rifugio. Per me è vero solo per metà, molto spesso mi mettono in comunicazione con il mondo e con gli altri, mi aiutano a capire. È il caso di un prezioso libro appena letto, Raggiungere l’ultimo uomo, edito da Einaudi (Gli Struzzi – 2008 pag 288 17, 50 euro).

L’autrice è Maria Pace Ottieri, scrittrice sensibile e giornalista, nota a noi tutti per gli altri suoi numerosi romanzi e saggi/inchieste (Amore Nero, Premio Viareggio Opera prima, Mondadori, 1984; Stranieri, Rizzoli, 1997; Quando sei nato non puoi più nasconderti, Nottetempo, 2003, dal quale l'omonimo film di Marco Tullio Giordana; Abbandonami, Premio Grinzane Cavour per la narrativa italiana, Nottetempo, 2004; Ricchi tra i poveri, un'inchiesta fra tredici ricchissimi industriali di India, Cina, Turchia, Indonesia, Tailandia, Sudafrica, Albania, Longanesi, 2006).

Il titolo è tratto da una frase di Ghandi, che disse che per salvare l’India era necessario smettere di progettare simboliche infrastrutture e basarsi solo su numeri e statistiche, ma raggiungere gli ultimi degli ultimi e lavorare insieme e in mezzo a loro. Ma chi è l’ultimo uomo? È il povero tra i poveri, colui che vive con meno di un dollaro al giorno, spesso un fuori casta, e in India ciò significa non avere alcun diritto, non potere neppure bere l’acqua nello stesso luogo dove la bevono gli altri. L’ultimo uomo è quello che fa chilometri per riuscire a raggiungerla l’acqua, colui che non ha mai posseduto un paio di scarpe, che non sa leggere o scrivere, che se si ammala non ha altre alternative se non quella di morire. È colui che vive nel Bharat, l’India delle campagne, alle spalle della quale si è arricchita l’India urbana. Se poi l’ultimo uomo è una donna, la situazione è ancora peggiore.

Maria Pace Ottieri ci accompagna in un viaggio straordinario, in una regione poverissima dell’India nord-occidentale, il Rajasthan, in un villaggio a un paio di giorni di macchina da Jaipur, la capitale della regione.
In questo luogo sperduto, Tilonia, un uomo di nome Bunker Roy ha fondato il Social Work and Research Centre, detto Barefoot College. Barefoot significa piedi scalzi, e in questa Università che esiste dal 1971, si può accedere solo così, senza scarpe e vivendo con meno di un dollaro al giorno.

Comincio col dire che il libro è bellissimo, non solo per la completezza e la ricchezza della documentazione, ma per il modo con cui l’autrice riesce a farci capire, con una scrittura empatica ed efficace, cosa voglia dire realizzare concretamente un progetto ambizioso come quello di affrontare e risolvere il problema della povertà dell’India.
Maria Pace Ottieri, preziosa redattrice di elementi storici e di sentimenti e percorsi umani, ci racconta come la realizzazione di un’utopia è possibile. Una scuola che insegna agli oppressi a trovare le risorse per uscire fuori da una situazione che può sembrare senza soluzione alcuna.

Vivendo a Tilonia per molto tempo, intervistando il fondatore della comunità e tutti coloro che hanno contribuito in qualche modo a questa esperienza, tra i quali Aruna Roy, moglie di Bunker, l’autrice ci prende per mano e ci porta a conoscere una storia che non dimenticheremo. E lo fa con grazia, identificandosi con le tante persone con cui parla, trascorrendo con loro tempo prezioso, lavorando con loro.

Bunker Roy è un ragazzo che, negli anni '60, ha un luminoso futuro davanti a sé. Si è laureato in una delle migliori università indiane, proviene da una famiglia benestante di New Delhi. Ma durante una terribile siccità, Bunker si trova nelle campagne, dove vede morire di fame e di sete migliaia di poveri. Quelli che invece dalle campagne fuggono, andranno a condurre un’esistenza miserabile fatta di elemosina in città. Eppure in India ci sono molti ricchi, ma tutta quella povertà in fondo è un eccellente business per loro e per le grandi organizzazioni che pagano profumatamente impiegati, esperti, consulenti e specialisti di ogni sorta, i quali lavorano in comodi uffici in tutto il mondo, magari con l’aria condizionata e una brocca d’acqua sulla scrivania. E i poveri, che l’acqua non ce l’hanno, continuano a morire. Molti soldi vengono spesi nella costruzione di infrastrutture che non verranno mai utilizzate.

Bunker Roy capisce che l’unica soluzione possibile è quella di aiutare la gente a uscire da quella condizione formandola sul campo, vivendo insieme a loro e come loro, aiutandola a rendersi consapevole, combattendo le caste e l’ignoranza. Le antiche tecniche di sopravvivenza di rabdomanti, aggiustaossa, medici improvvisati e contadini esperti nel far sì che neppure una goccia d’acqua venga sprecata, diventano il punto di partenza. Bunker comincia a scavare i pozzi con gli abitanti del villaggio, a mani nude, e in questo modo ha inizio l’avventura.

Aruna Roy, moglie di Bunker, lo raggiunge e va a lavorare in un altro villaggio, Devdungri. Aruna è convinta che alla concretezza del marito vada affiancato un lavoro di consapevolezza politica e la realizzazione di una democrazia partecipativa. Si occupa della condizione delle donne, molte di loro cominceranno a lavorare e ad essere indipendenti. Nel 1985 una grande manifestazione con tremila donne venute da sedici stati indiani rappresenta un segnale di grande cambiamento. E insieme a Bunker e Aruna molte altre persone hanno contribuito a questo grande progetto. Maria Pace Ottieri ci racconta le loro storie, drammatiche, tenere e incredibili.

Oggi gli ultimi degli ultimi gestiscono il Barefoot College. Oggi moltissimi villaggi in India sono indipendenti energicamente, con i loro pannelli solari. Sono state costruite grandi cisterne e si è trovato il modo di utilizzare l’acqua piovana e quella sotterranea. Le ragazze vanno a scuola e lavorano. È nato anche un parlamento dei bambini, perché imparino a sentire la coscienza politica, fin da piccoli, come qualcosa che li riguarda profondamente. I principali problemi, come la salute, la siccità, l’acqua potabile, l’occupazione e l’istruzione vengono risolti.
E il modello del Barefoot College viene esportato e applicato con successo in Afghanistan, Bhutan, Etiopia, Sierra Leone e Senegal.

Con questo avvincente viaggio Maria Pace Ottieri ci fa capire che il senso del nostro vivere è proprio quello di rendere la vita umana, dignitosa e possibile per tutti e che se c’è la volontà di farlo, ciò è realizzabile.
Un libro importante, uno di quelli necessari, una grande finestra su un mondo possibile.

Da non perdere.

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