Teatro Genova Teatro della Corte Sabato 23 maggio 2009

L'america di Dennis Lehane

© Patrizia Lanna

Genova - Coronado è la storia di Bobby. No, è la storia di Gina - o si chiamava Grace? È la storia di Will, Al, Gwen, Vi, Ted. O forse è la storia del tempo soggettivo e del ricordo o del non ricordare? Nove interpreti (Luca Giordana, Alex Sassatelli, Roberto Serpi, Mariella Speranza e Giuseppe Amato, Gabriele Gallinari, Elena Gigliotti, Federica Sandrini e Viviana Strambelli) per 7 personaggi, in un insolito raddoppio per due figure centrali alla storia (Gina e Will), dovuto all'intricato svolgimento narrativo che parte da un preciso momento del passato per arrotolarsi in una matassa sempre più aggrovigliata di momenti e personaggi strettamente legati l'uno all'altra.
Per Dennis Lehane, scrittore e sceneggiatore americano di origine irlandese, è un lavoro che nasce da un racconto (Until Gwen) che segna il suo debutto nella drammaturgia, con un chiaro talento, tra dialoghi serrati, ma non scarni, per raccontare un'america logora, simbolo di una volgarità e un decadimento più genericamente occidentale teso al consumo e a corrispondere scontati stereotipi. Una critica senza mezzi toni, dissacrante e iconoclasta che si scaglia contro il dilagante perbenismo, conformismo e verso esistenze condotte da bisogni indotti, senza sogni.
Per la Rassegna di Drammaturgia Internazionale Sguardi contemporanei al Teatro della Corte - dal 19 al 23 maggio 2009 - ideata e organizzata dal Teatro Stabile di Genova nell’ambito del progetto “Un palcoscenico tra terra e mare”, (promosso dal Ministero per i Beni e le Attività Culturali e realizzato dalla Regione Liguria), è il secondo testo in cartellone (La guerra di Klamm di Kai Hensel, è stato il primo).
Per Marco Ghelardi, regista e direttore artistico della compagnia Salamander, è la seconda volta allo Stabile - la scorsa stagione al Duse con La Scelta del Mazziere - dove conferma la capacità di guidare un gruppo d'attori giovani e grintosi su un testo denso e complesso, caratterizzato da un linguaggio alto ma anche da uno rozzo e basso, che contraddistinguono momenti dalla forte tragicità che non perdono mai aderenza all'umano e quindi al comico e al ridicolo.

Sempre in scena - un palco arredato da semplicissimi tavolini e bassi e cubi per sedersi - nell'arco di due tempi i sette interpreti (salvo Elena Gigliotti nel ruolo di Gwen, in scena solo dalla seconda parte), sono isolati in dialoghi a due o a tre, colti in momenti estremamente intimi che, come tessere di un puzzle, gettano una traccia in una figura molto più ampia di fatti, sentimenti, confessioni d'amore, di odio, di vendetta di speranze. Accanto a loro, quasi sempre, una giovane cameriera (Federica Sandrini): testimone unica delle loro esistenze, obiettivo che tiene nota di fugaci attimi di vita apparentemente quotidiana e insignificante. In un piccolo locale, non proprio di prim'ordine, aprono la roulette Will e Gina (Alex Sassatelli e Viviana Strambelli), amanti, intenti a scambiarsi dichiarazioni che vogliono essere uniche e precoci per un amore eterno. Con un cambio di luce tocca a Grace/Gina e Ted (Mariella Speranza e Luca Giordana), lo psichiatra, colti in uno dei loro furtivi appuntamenti dopo che la barriera paziente-dottore è stata annullata da una scopata: "tu mi hai scopato", accusa Grace/Gina, "No - afferma con pazienza Ted - abbiamo scopato". Come fossimo al cinema, un nuovo stacco ci porta di fronte a due uomini, o meglio a un ragazzo e a un uomo. Sono padre e figlio (Roberto Serpi e Gabriele Gallinari) e si confrontano con astio, risentimento e immediatamente si comprende che appartengono a un mondo ai margini, dell'illegalità tra pallottole e prigione. Manca solo Al (Giuseppe Amato), che si frappone tra Will e Gina. È il marito che lei ha scelto, in fretta messo da parte. È l'intralcio al nuovo amore. Ma soprattutto, è il contendente di un pargolo in arrivo che è di paternità incerta. Sarà la vittima e l'incubo persecutorio di Gina (una feroce, sensuale, scettica e disturbata, immediatamente convincente, Mariella Speranza). È una roulette di sogni infranti, ricordi nascosti, uccisi, repressi. Dolori impossibili da calmare e poche speranze su cui reggersi. È un ritratto impietoso e esilarante di individualismi tesi a possedere e votati a perdere. Non c'è pietà, non c'è rispetto, non c'è pietas - quel rispetto per la famiglia come luogo sacro di ruoli fissi - c'è bramosia per un frutto che rappresenta il futuro: un figlio-maschio. Conteso, come prodotto su cui costruire il riscatto individuale, Bobby (un promettente Gabriele Gallinari) finisce solo e disperato dopo aver sepolto il padre dentro la stessa buca della tanto amata Gwen.
A dispetto di una drammaturgia frammentata e a incastro, il gruppo lavora con grande armonia e agio tessendo con meticolosità l'esile tela su cui si incrociano i destini di tutti.

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