Concerti Genova Sabato 28 marzo 2009

Vinicio, un po' Bob Dylan, un po' Ray Charles

Genova - Venerdì 27 marzo 2009, ore 21. Il Teatro Carlo Felice scoppia di gente. Un pubblico eterogeneo passeggia rumoroso tra i corridoi della platea in cerca dei posti e di facce conosciute. Persone distinte in giacca e adolescenti spaesati dalla casa del teatro d’opera, personaggi anonimi e tipi sofisticati con il vinile di Da solo sottobraccio.
Stiamo tutti aspettando che il sipario si apra sul circo musicale di Vinicio Capossela. Ed eccolo lì, dietro a un piano, con l’immancabile cilindro nero. Alle sue spalle gli altri sei musicisti che lo malaccompagnano in questo show, insieme al domatore del leone più piccolo del mondo, la Medusa, l’Human Pignatta (la pentolaccia umana), il Gigante e il Mago. È questo il brano che dà il via al carrozzone e che apre il nuovo album di Vinicio, spensierato e malinconico, cupo e leggero. «All’inferno voglio andare con un gigante e un mago in una sfera di meraviglia rimbalzare pieni di magia magia magia…».

E così la prima parte dedicata ai nuovi pezzi fila via tra un cambio di postazione, di strumento, di cappello: dal cilindro alla paglietta a quello triangolare in feltro da pirata. Le introduzioni alle canzoni sono pillole di ironia e di poesia. Prima di In clandestinità le parole sono quelle di Vincenzo Cinaski, grandi e potenti nella voce avvolgente di Vinicio: «lascia le lacrime sul cuscino alzati e vai a scontrarti con la vita».
Una ventata di freschezza corre dalla scena col pezzo anticrisi, Una giornata perfetta, una fischiettante dose di buon umore, di gratitudine per quelle giornate che gongoli e non sai perché e guardi il cielo e lo vedi «color cestino azzurro dell’asilo». Quando la vita ti sembra un ricciolo leggero e allora scrivi pure una canzone su dove vanno a finire i calzini.
Ma c’è anche la Spoon River dei vivi oltre i Vetri appannati d’America e la solitudine de La faccia della Terra e l’anelito al cielo dove non c’è disaccordo, «né nuvole gonfie o mistero».
Una luce azzurra e un occhio di bue lasciano in penombra i cartelloni sullo sfondo che ritraggono i personaggi del circo che è pronto da esplodere nella seconda parte.

Arriva il repertorio con le note strazianti di Bardamù («voglio una notte, la voglio senza luna…») e con altre "canzoni a manovella" da Marajà ai Pianoforti di Lubecca.
E poi la SS dei naufragati, Dalla parte di Spessotto, Medusa cha cha cha, la storica Scivola vai via strascicata fino al possibile e una Che cossè l’amor in versione chitarra. Che cos’è l’amore? «è un ergastolo» grida Vinicio tenendosi alle sbarre di una gabbia luminosa al centro del palco. La Human Pignatta viene issata con una corda e percossa mentre Vinicio canta L’inno alla Gioia. A quel punto ogni resistenza del pubblico sempre incerto sull’alzarsi o meno cede, tra la sana voglia di cantare, anche se siamo al Carlo Felice su poltroncine di velluto rosso, e quelli che fanno shhhh, che hanno paura di perdersi una nota. L’Uomo vivo ci fa saltare tutti in piedi come in piazza.
Sulla scia adrenalinica Vinicio rientra in scena col manto peloso e i campanacci da mammuttone, come l’abbiamo visto nel tour di Ovunque Proteggi, per urlare, animale in gabbia, «brucia troia brucia come io brucio per te» con una voce che arriva da molto più in basso delle viscere.

Vinicio ci omaggia di proverbi in genovese e di pensieri su Genova, «una città in cui ti senti sempre imbarcato anche se rimani a terra». Imbraccia la chitarra e ci fa ascoltare La città vecchia, lui che come Fabrizio ama stare tra i "tipi strani". E poi si finisce tornando indietro, in un cerchio che si chiude al pianoforte con All’una e trentacinque circa, sorseggiando una birra dalla bottiglia.
Un mio amico musicista americano a cui ho parlato di lui mi ha commentato: «Nice, like this Vinicio dude. A bit like Bob Dylan meets Ray Charles. Nice stuff».
Yes, nice stuff.

Marianna Norese

È capitato raramente di vedere il Carlo Felice trasformato in una specie di arena urlante immersa nel fumo, osannare e inneggiare l’artista sul palco. Con Vinicio Capossela è successo, venerdì 27 maggio 2009, dopo quasi tre ore di musica e spettacoli, in cui la platea gremita ha riso, sofferto, ballato e cantato, insieme alle storie ed ai personaggi che popolano il suo mondo.
Come il finto maiale bicefalo in gabbia ospitato sul palco insieme ad una vasta compagnia di freaks coprotagonisti insieme alla musica: il gigante e il mago, il palombaro, la donna medusa e la scimmia cantante. Anche lo spettacolo è a due teste. La prima parte è tutta per Da solo, il recente album che viene eseguito quasi per intero, a partire dal lunapark di Il gigante e il mago, passando attraverso i cunicoli e i sotterranei di In clandestinità e Parla Piano, tornando in superficie per un «cielo color azzurro cestino dell’asilo» di Una giornata perfetta, per poi immergersi negli abissi sentimentali di Orfani ora.
Quindi l’America, raccontata dai vetri appannati su sottofondo di theremin nel pezzo omonimo, e tramite le note blues di La faccia della terra, e ancora le confessioni di Dalla parte della sera, fino alla conclusione, Vinicio e harmonium, una splendida Non c‘è disaccordo nel cielo, con uno sbaffo di armonica sopra.

La pausa anticipa quello che verrà con una esibizione del mago Christian e della assistente Jessica in una serie di numeri di prestigio. Quando la band ritorna, un pezzo ginnico cantato in russo istantaneo introduce il vero e proprio Circo Capossela, l’evoluzione in grande stile di quello che fino a qualche anno fa era un piano mascherato da saloon e qualche maschera. Ora la show può contare su altri mezzi e non si risparmia nulla. Vinicio diventa sceicco per Maraja, cantante country ingabbiato fra sbarre luminose per Che cossè l’amor, caprone inferocito per Brucia troia con la maschera del Mamutones sardo. E sul palco, incorniciato da banners di atmosfera circense, si scatena la parata dei personaggi, il palombaro fisarmonicista in Canzoni a manovella, la donna Medusa nel Cha Cha Cha, fino all’apice dell’ordalia, L’inno al gioia, con tanto di human pignata ovvero il mago trasformato in pentolaccia umana appeso a gambe in su e percosso fino ad esplodere di coriandoli e colori.

È davvero difficile descrivere a parole o immagini l’atmosfera che lo spettacolo ha saputo creare, quasi la trasformazione in realtà, per quanto magica, dell’immaginario dell’artista. Come succede nella Santissima dei naufragati, dove Vinicio ci porta su un veliero alla deriva, fra scricchiolii di legni, rumori di onde e la sega musicale che ricama la melodia. A questo punto, dopo avere accompagnato Dalla parte di Spessotto tutta la platea è in piedi osannante, e Vinicio ricambia dopo i ripetuti accenni e Genova o al genovese, con la bellissima versione originale de La città vecchia già ascoltata nello show televisivo dedicato a De Andrè.
Per il finale si torna alle origini e dopo Scivola vai via la band si riunisce intorno al piano in stile orchestrina messicana per l’inno alcolico All’una e trentacinque circa, che si chiude su ringraziamenti e presentazioni. Fino ad una ripresina finale, un’ultima curva, ma a bassa andatura, sull’ottovolante del Gigante e il saluto in perfetta ironia genovese: «sciusià e sciurbì...».

Andrea Baroni

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