Teatro Genova Teatro della Tosse Mercoledì 11 marzo 2009

The Cryonic Chants alla Tosse

Genova - All'origine della tragedia guidati da un capro che mappa suoni con il muso su un pavimento di lettere. Al suo servizio un compositore di musica elettronica e elettro-acustica (Scott Gibbons) e 4 cantanti: Chiara Guidi, Claudia Castellucci, Monica Demuru e Teodora Castellucci. Vestite con abiti neri austeri, dall'ampia gonna di sapore vittoriano, le interpreti articolano suoni andando a pescare nelle zone cave e nelle casse di risonanza del corpo producendo canti estranei, sconosciuti, arcaici, capaci di legarsi alla sfera del rito.

The Cryonic Chants
della Socìetas Raffaello Sanzio, artefici Chiara Guidi - fondatrice insieme a Romeo e Claudia Castellucci della Socìetas Raffaello Sanzio - e Scott Gibbons, compositore americano (vedi box a lato) - al Teatro della Tosse, fino al 14 - è un concerto per voci e consolle elettronica che riverbera a video su pattern (righe che si dilatano, vibrano, sfumano e scorrono le une sulle altre) in bianco e nero, ma anche lettere dell'alfabeto che si sovrappongono a livello grafico e sonoro per creare altri/nuovi segni nella dimensione visiva e in quella sonora.
A video anche il capro - origine e motore della ricerca - e il suo tragitto, quasi divertissement enigmistico sulle tracce di una lingua dimenticata o di una nuova invenzione in perfetto stile oulipiano secondo cui l'invenzione letteraria passa per la creazione di una regola che diventa costrizione necessaria all'esplorazione sistematica della lingua. The Cryonic Chants è fin dall'inizio un lavoro sulla percezione - dapprima solo di sonorità elettroniche, poi del canto quindi delle immagini -, sul referente e il segno, sulla lingua intesa come codice arbitrario e mai definitivamente fissato; sulla costruzione stessa dei linguaggi e sulla portata comunicativa delle sue unità minime, sulle sue tessere, tracce e distorsioni musi/vo-cali - al contempo familiari e sconosciute, perché partiture estrapolate dai contesti e ricollocate in una sfera non riconscibile dell'esperienza.

Un'opera che sta al confine tra l'installazione e la performance, tra un'Opera in forma di concerto e una video arte concettuale. E se suono e canto - quasi mai canzone - predominano sul teatro, tuttavia in qualche punto uno scarno sincopato movimento coreografico delle quattro cantanti e delle loro austere vesti restituisce spazio ai corpi sul palco e crea un dialogo con il corpo del capro a video anch'esso impegnato su una personalissima gestualità scattosa perché allerta.
Poesia che lascia la carta e si riappropria della dimensione aurale e 3D dell'esperienza simbolica, andando a riempire i sensi più che a sollecitarli in un'interpretazione visuale e acustica del concetto eliottiano di correlativo oggettivo secondo cui "una serie di oggetti, una situazione, una catena di eventi è pronta a trasformarsi nella formula di un'emozione particolare". Il cerimoniale è lasciato nelle mani di sacerdotesse/maestre di canto e di un compositore/esecutore di suoni. Del teatro, dicevo, resta il concetto di rappresentazione, e la proposta di riflessione sui codici stessi del rappresentare. Frantumando il linguaggio, usando campionature di suoni, segni e grafiche a video si punta lo sguardo su canoni estetici essenziali e geometrici, ma anche su fioriture, colonne corinzie e mobili barocchi - di nuovo pescando nell'800 e nelle sue contraddizioni tra rigidità/austerità e estetismo/piacere. Senza mai perdere di vista il capro e il suo corpo: per sempio, le sue zampe che come le mani del dj-compositore creano i loop sonori; i suoi occhi, spesso solo punti luce privi di sguardo, eppure punto di riferimento per l'occhio umano come fonte della conoscenza; oppure i genitali che ci riconducono al liquido seminale e a un'origine ancora solo potenziale, non del tutto esprimibile.

Una serata capace di smuovere le logiche, di spezzare la convenzione dello sguardo dello spettatore per chiamarlo al rito e alla ricerca delle origini lungo percorsi inconsueti. Da non perdere.

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