Concerti Genova Mercoledì 11 marzo 2009

«Vi racconto gli anni '90, e inizio da Ligabue»

Benvenuti ad un nuovo appuntamento fisso su mentelocale.it. Simone Nocentini ci racconta la storia di un'epoca attraverso la sua musica. In Anni '90: noi c'eravamo parlerà della decade che ha chiuso lo scorso millennio, vista con gli occhi di chi era adolescente in quel periodo. Ma non mancheranno riflessioni più generali sul momento storico, come già si può leggere in questa prima puntata.
Buona lettura!

Genova - Siamo della stessa pasta, bionda / non la bevo sai / ce l’hai scritto che la vita / non ti viene come vuoi…

Sì, lo so, iniziare da Ligabue una rubrica sugli anni ’90 e la loro nuova scena musicale italiana (per me pop, nella sua morbida leggerezza), farà venire la colite spastica a tutta una parte di adolescenti dell’epoca. Quelli che dedicarono interi pomeriggi ad esplorare gli spazi più reconditi dell’underground italico, alla costante ricerca dell'ultima tendenza musicale, tra Posse, centri sociali e nuove scene cantautoriali.
Faccio loro un appello: fermate il puntatore del mouse che sta correndo a chiudere questa pagina e provate a seguirmi.
Lo so, oggi Ligabue è uno dei grandi oligarchi del mercato musicale: una macchina da guerra per concerti, merchandising e spot tv. Ma non è sempre stato così, e dal punto di vista un po' obliquo che proverà ad avere questo spazio, sul suo esordio c’è qualcosa di significativo ed interessante da raccontare.
Ci siete ancora? Grazie.

Balliamo sul mondo è, prima di tutto, una puntata zero, un'anticipazione simbolica (aiuta la cronologia, è giusto giusto il 1990) di come verrà alla luce buona parte della musica italiana negli anni '90. Con le dovute molle, da una certa forma di underground.
Partiamo dal personaggio: Luciano Ligabue, sconosciuto trentenne della bassa padana, jeans e stivaletti da cow-boy. Io ero poco più di un bambino e con quel look pensavo fosse un alfiere del primo leghismo, che all’epoca ammiccava parecchio all’America ed ai suoi modelli culturali. Sbagliavo, e solo dopo scoprii che era stato anche consigliere comunale a Coreggio: come indipendente, ma nelle file del PCI.
Poi, la musica: il disco ha un successo inaspettato ed in quell’estate di Mondiali vince il Disco Verde al Festivalbar. Tanto per capirci, arriviamo da anni di playback, capelli cotonati e palchi a quadrati luminosi: nel 1988 avevano vinto Scialpi & Scarlett, senza nulla togliere. Ligabue vince proprio con Balliamo sul Mondo ), pezzo rock senza pretese, ma fresco, divertente, salterino: riff cristallino e inciso (come direbbe Pippo Baudo) liberatorio.

Ma più di tutto questo, vale la pena soffermarsi sul testo: le cose cantante, che in questi anni ’90 la faranno da padrone. Dopo i surrealismi barocchi e i sentimentalismi sanremesi del decennio precedente, Ligabue presenta un brano che via, diciamolo, di che parla se non di disagio giovanile, smarrimento, incertezza? Ce l’hai scritto che la vita non ti viene come vuoi: d’improvviso esplode, ma gioiosamente (Balliamo sul mondo / Va bene qualsiasi musica) l’inno di un’altra gioventù, lontana dall’Italia sorniona del berlusconismo televisivo (siamo tutti cresciuti con Bim Bum Bam), ma anche dalla strafottente trasgressività di Vasco Rossi, che per anni aveva incanalato ed incarnato le pulsioni ribelli di un’intera generazione contro il perbenismo dilagante.

L’album (Ligabue) ha una storia molto “anni ‘90”: fu registrato nei tempi morti dello studio di registrazione, promosso dal passaparola dei fan, supportato da un’intensa attività live. Il suo successo derivò proprio dalla capacità, inattesa perché non contemplata, di dar voce ad una fetta di gioventù che cercava qualcosa di diverso dalla musica che c’era in giro. Tutto Ligabue è intriso di questa sensazione di inadeguatezza, dalle illusioni di Sogni di R&R, allo smarrimento della protagonista di Piccola Stella Senza Cielo, per non parlare del manifesto Non è tempo per noi (Non è tempo per noi / che non vestiamo come voi / non ridiamo non piangiamo / non amiamo come voi. Sì, ma, c’è posto per tutti, non è che Siamo Solo Noi): c’è bisogno di aggiungere altro?

Sì, perché Ligabue è anche un campionario di sensazioni e paradigmi pop, a partire da quel booklet pieno di citazioni colte e popolari, che passano dalle suggestioni fittizie di un’America sognata (Marlon Brando è sempre lui, Bambolina e Barracuda) a quelle concrete dell’eterna provincia (Figlio d’un Cane, Bar Mario). Ligabue racconta per immagini ad una generazione senza ideologie, come lo è la propria (bulimizzata politicamente negli anni ’70) e quella dei fratelli minori, erosa dall’ingenua spregiudicatezza dei lucidi anni ’80.
Di quelle immagini si nutrì la mia generazione, al tempo poco più che bambini: il mondo stava cadendo pezzo per pezzo (muri&ideologie), eppure il futuro ci faceva le fusa sornione.

Ligabue se ne stava lì, a dirci che le inquietudini che iniziavano a gonfiarci la pancia non erano così diverse da quelle dei nostri fratelli più grandi: e che proprio per questo non dovevamo smettere di innamorarci dei nostri sogni, cercando di scivolare leggeri sul mondo.

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