Concerti Genova Lunedì 2 marzo 2009

Maisky: «io, la musica, l'Italia»

Genova - Bisogna ammettere che intervistare il più grande violoncellista vivente non è cosa semplice. Ma, come dire, il momento che la cultura sta attraversando in Italia non è dei migliori, stesso dicasi per il nostro Teatro Carlo Felice, e quindi avere il più grande violoncellista del mondo proprio a Genova come protagonista del concerto sinfonico di mercoledì 4 marzo 2009 esigeva uno sforzo in più. E, come spesso avviene, una volta passate le varie barriere tra giornalista e star (uffici stampa, agenti diffidenti, richieste preventive et similia), ci si trova di fronte a persone disponibili, informali, e di irresistibile simpatia, anche se solo telefonica. E così abbiamo raggiunto Mischa Maisky – se volete sapere tutto su di lui visitate il suo sito web, che è davvero bello – in Belgio, a casa.
La telefonata è durata una buona mezz’ora abbondante – Maisky chiacchiera che è un piacere! – e ha toccato diversi aspetti che non riguardano solo la sua vita di musicista ma anche di uomo e di cittadino del mondo, come ama definirsi.

Come sta Maestro? È contento di tornare a Genova?
«Sto bene, sono alla vigilia di un nuovo tour italiano, e sono molto felice. C’è poco da dire, l’Italia è il paese più bello del mondo, dove si parla la lingua più bella del mondo e si mangia il cibo migliore del mondo, e dove naturalmente ogni angolo trasuda arte. Non è retorica, mi creda, soprattutto per chi è straniero e viene nel vostro paese, è solo la pura e semplice realtà. Il mio strumento, un violoncello del Settecento meraviglioso, è anch’esso debitore al vostro paese, visto che è stato costruito da Domenico Montagnana. Per cui, per queste e molte altre ragioni, è un piacere immenso ogni volta che faccio musica in Italia. Ho suonato già diverse volte a Genova e sono molto felice di tornarvi».

Però l’Italia e la sua cultura sono in crisi, mancano i quattrini. Conosce i problemi che affliggono i nostri teatri? Ha un’opinione?
«Posso dire che non è un problema limitato al vostro paese: anche in Giappone, dove vado molto spesso, ci sono attualmente dei problemi che non si erano mai verificati prima con i tagli alla cultura. Purtroppo, indipendentemente dai governi e dai paesi, la cultura è spesso una delle prime voci di bilancio a finire sotto la mannaia dei tagli, e questo è terribile, perché l’arte e la cultura sono una parte della nostra vita e del nostro essere. Lo so, non parlo da politico, vero?»

Lei eseguirà al Carlo Felice uno dei concerti più famosi per violoncello e orchestra, il Concerto n. 1 di Camille Saint-Saëns. Ha voglia di spiegarci in cosa consiste?
«È un pezzo meraviglioso, a cui sono molto legato perché è il primo concerto per violoncello che ho eseguito e con cui ho debuttato a 13 anni. Anche il mio maestro, il grande Rostropovich, ha debuttato con questo brano; sempre per la serie delle coincidenze, anche mio padre e il suo padre portavano lo stesso nome, Leopold. Sempre con Saint-Saëns ho vinto il concorso Ciaikovskij nel 1966. Sono convinto che questo concerto vada eseguito esattamente com’è stato concepito, senza doversi portare necessariamente dietro tutta la tradizione esecutiva ad oggi accumulatasi, che spesso si discosta da quanto sta scritto. È un brano magnifico, popolare, fresco, immediato, che il pubblico apprezza solitamente moltissimo. È davvero uno dei miei pezzi preferiti, anche se devo ammettere che il mio compositore preferito è sempre quello che suono o studio in un dato momento. Ma le dico anche che, nonostante il mio repertorio sia abbastanza ampio, ci sono diversi brani che non ho mai affrontato perché non sento miei; e non essendo attratto da tale musica, non potrò mai neppure trasmettere a mia volta nulla a chi mi ascolta. Non posso suonare ciò di cui non sono innamorato».

Interessante: quindi se le chiedessi cos’è per lei la musica cosa mi risponderebbe?
«È qualcosa che proviene dal cuore, e che deve raggiungere il cuore, non la mente, né le orecchie di chi mi sta ascoltando. È un circolo di cuori: il cuore del compositore, il cuore dell’interprete, il cuore dell’ascoltatore. Il mio unico scopo di interprete è quello di parlare al cuore del pubblico. Non è questione di filologia, ma di autenticità: l’autenticità delle emozioni. Se la musica viene dal cuore, è autentica».

Lei ha citato Mstislav Rostropovich; chi sono i musicisti che hanno contato nella sua vita?
«Sono l’unico violoncellista ad essere stato allievo di Rostropovich e Piatigorsky, due violoncellisti che hanno fatto il Novecento, l’uno su una sponda dell’oceano, l’altro sull’altra. La mia relazione artistica e umana con loro è andata molto al di là del rapporto allievo-maestro: per me sono stati dei veri e propri padri, anche perché il mio vero padre è morto quand’ero ancora molto piccolo. Le racconterò un piccolo aneddoto: quando ho visto Rostropovich per l’ultima volta, alcuni anni fa, mi ha detto che sono stato per lui il figlio maschio che non ha mai avuto. Anche il mio rapporto con Leonard Bernstein, leggendario direttore d’orchestra oltre che compositore, è stato fantastico: un musicista straordinario con cui ho effettuato molti concerti e registrazioni. E infine Pablo Casals, che sono riuscito ad incontrare pochi mesi prima che morisse, a Gerusalemme: poche ore insieme, ma di intensità indescrivibile, che porto nel cuore.
Ma ora parliamo anche un po’ dei vivi! Adoro suonare insieme ai colleghi: attualmente, lavoro spesso con Martha Argerich, un’amica vera, ma anche con Radu Lupu e Gidon Kremer. Fare musica insieme ad altri è parte indispensabile della formazione artistica di un interprete. Parlarsi attraverso il linguaggio musicale è qualcosa che non si può descrivere a parole».

Ammesso che ne abbia, cosa fa nel tempo libero? Cosa c’è oltre la musica nella sua vita?
«In effetti ho molti interessi ma mi manca realmente il tempo di coltivarli. Anche perché, oltre alla musica, nella mia vita c’è una seconda cosa assolutamente fondamentale: la famiglia. Sono innamorato di mia moglie – prima me l’ero dimenticata: anche lei è italiana, ottima scelta vero? – e dei nostri 3 figli; tra l’altro, sto per diventare padre per la quarta volta. Senza di loro sarei perduto, soprattutto perché la mia vita mi porta spesso lontano in giro per il mondo. Penso che la vita sia una continua scoperta: e più si impara, più ci si rende conto di quanto poco sappiamo. Spero di avere tempo di imparare tante altre cose nella mia prossima vita, ma sono felice anche così».

Quindi All you need is love, Maestro?
«Ma sì! Assolutamente! I Beatles avevano capito tutto...»

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