Concerti Genova Mercoledì 18 febbraio 2009

Marlene Kuntz live alla Tosse

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Genova - Ieri sera, martedì 17 febbraio, con un pensiero agli Afterhours che si giocavano - pur con dignità - la propria credibilità indie sul palco dell'Ariston, ho potuto ammirare i Marlene Kuntz incatenare il pubblico alle poltrone del Teatro della Tosse con uno spettacolo a dir poco stupefacente, meritevole del sold out ottenuto.
Poco più di un mese fa, Cristiano Godano e soci hanno dato alle stampe il loro primo greatest hits: erano dei pulcini oscuri e decadenti quando, nel '94, pubblicarono Catartica, e i C.S.I. di Giovanni Lindo Ferretti li tennero a battesimo in uno storico programma unplugged di Videomusic, proponendo una vibrante rilettura della loro Lieve.
Dopo quindici anni, attraverso una dimensione sonora molto simile a quella adottata in tale occasione dai loro padrini, i Marlene stanno girando le platee d'Italia per incantare ed inquietare, come loro solito.

Nel tempo, il gruppo ha saputo mantenere inalterata la propria capacità di creare testi prepotentemente evocativi attraverso termini preziosi e ricercati, conservando l'anima baudelairiana e tormentata dei primi lavori, in cui sdegno e livore si fondevano con malinconici e torbidi innamoramenti.
La scaletta del concerto ha ben poco a che vedere con la tracklist della raccolta: mentre nel cd sono stati proposti brani che toccano variamente e in maniera quasi nazional-popolare la loro discografia, il live ha offerto chicche tratte in particolare dagli ultimi tre album, ignorando pressoché completamente il materiale del best of.
Notte, Stato d'animo, Bellezza sono racconti dal verbo barocco che l'interpretazione sentita di un Godano evangelicamente barbuto e vestito di pelle, stivaletti pitonati compresi, inocula in maniera quasi fisica nella memoria dei presenti, grazie ad una presenza scenica nervosa, ma contenuta: le violente luci sanguigne e violacee che lo avvolgono e la scarna scenografia accrescono la tensione emotiva.
Fantasmi è una ballata acre e disillusa, degna dei tempi de Il vile, infuocata, passionale, nichilista, mentre La lira di Narciso è la sorella ideale di Danza e Canzone sensuale.

La vecchia guardia viene appagata con La mia promessa e L'abbraccio, risalenti all'exploit commerciale di Che cosa vedi, del 2000: di quell'album, i più ricorderanno il singolo La canzone che scrivo per te. Ed eccoli accontentati, allora, con una nuova versione orfana di Skin, ma ben resa dalla sola voce sussurrante e dalla chitarra del Godano e dal timido violino di Davide Arneodo.
Snobbando le due importanti cover (Non gioco più di Mina e Impressioni di settembre della PFM) presenti nella raccolta, i Marlene offrono ai presenti un piccolo, ulteriore regalo: si tratta di un'inaspettata rilettura dell'intoccabile Here comes the sun dei Beatles. "Ci siamo avvicinati a questo brano con umiltà e rispetto. Ci siamo permessi di tradurne in italiano le parole, tentando di conservarne la bellezza originale, senza stravolgerne il senso", spiega Godano. La sorpresa di fronte all'operazione consiste nel fatto che la solarità di questo classico, declinato con azzardo in noise rock, non cozza affatto contro le atmosfere crepuscolari del gruppo cuneese.

Dopo Favola, semplice, concreta e toccante, l'inossidabile Sonica: gli arrangiamenti sono meno acri del solito, la dimensione acustica sembra averli compressi. E, allora, la veemenza del brano esplode come una bolla purulenta in una suite (eccessivamente) diluita in una decina di minuti di esecuzione: ai tempi di Ho ucciso paranoia, l'avrebbero chiamata spora. Oggi, chissà.
Godano si allontana dal palco ondeggiando, Riccardo Tesio, Arneodo e Lugas salutano ed escono dalla scena in un diluvio di suoni distorti: Luca Bergia abbandona la sua batteria per ultimo, sommerso dagli applausi.
Ma quella che avrebbe potuto essere una degna ed intellettuale conclusione dello spettacolo si rivela essere un apripista per l'ultimo capitolo della serata: un lungo intermezzo recitato e poi, richiesta a gran voce anche dal pubblico, Nuotando nell'aria.
Godano ringrazia più volte i presenti, ma tra le fronde della sua barba non si scorge neppure un sorriso: in verità, credo sia bastato il luccichìo dei suoi occhi di pece a comunicare al pubblico la sua profonda emozione.

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