Teatro Genova Teatro della Tosse Venerdì 13 febbraio 2009

Il Teatro del Piccione rilegge Rosaspina

Simona Gambaro e Massimiliano Carreta

Genova - Non so se ve la ricordate questa favola, Rosaspina, ma come ha detto un bimbo «è quella delle spine delle rose e della povera principessa». Il che è vero ma forse non tutti la riassumerebbero proprio così. La robusta costituzione delle favole - che permette loro di scavalcare intere epoche senza un graffio - è legata anche all'essere dense di significati buoni per diverse orecchie. Simona Gambaro, scrittrice attrice e regista del Teatro del Piccione, proprio su questa celebre fiaba ha ideato un nuovo spettacolo - in scena in prima nazionale domenica 15 febbraio 2009 alla Tosse e in replica il 22 - ma da un punto di vista piuttosto particolare: «Da piccola non l'amavo molto questa favola - spiega Simona Gambaro - c'era questo principe che arrivava e risolveva tutto e io pensavo: ma non se la può cavare da sola la principessa? Poi invece indagando, cercando e ricercando ho cominciato a mettere insieme una serie di suggestioni che provenivano in parte dal mio lavoro come clown nelle corsie d'ospedale e in parte anche dall'osservazione e dall'esperienza diretta della genitorialità. E alla fine Rosaspina mi è improvvisamente sembrata una storia speciale da ri-raccontare a proposito della vita, o di un/a bambino/a che è la vita e che quando arriva va accettato/a dai genitori anche in ciò che non rispecchia i loro desideri».

Detto fatto Simona s'è messa all'opera sulla scrittura, perché da sempre questo è il suo ruolo principale all'interno della compagnia: «sì, il testo è mio ma poi l'abbiamo rielaborato tutti insieme e alla fine è frutto del lavoro di gruppo. Fra l'altro questa volta io sono anche in scena» accanto all'altro interprete Massimiliano Carreta, entrambi guidati dalla regia di Antonio Tancredi.

«Sono le figure del re e della regina, quelle che hanno attratto la mia attenzione, in particolare nel loro ruolo di adulti che tanto a lungo hanno desiderato di diventare genitori e poi l'arrivo di quest'ultima fata, dimenticata. L'idea che nella vita ci siano sempre dei lati bui, che ci sia l'ombra delle cose anche su ciò che di per sé è bello. E alla fine il lavoro ha assunto la forma di una riflessione - però lo spettacolo è molto divertente e comico - sul come viene accettata la vita e su come eventualmente viene accettata la diversità rispetto alla perfezione. Intesa come simbolo, la fata-che-non-è-stata-invitata è la vita stessa, la vecchiaia, la morte o la malattia oppure la semplice condizione di avere le orecchie a sventola, insomma di essere diversi rispetto alle aspettative che nutrono i genitori, avere un'individualità che deve essere rispettata e amata».

Con una poetica fatta di immagini, suoni, parole, corpi che ormai contraddistingue lo stile del Teatro del Piccione, Rosaspina seguirà il ritmo non di una musica prodotta dal vivo - come spesso accade - ma di Bach e per la festa e per il finale un po' di pop. Ci saranno anche dei pupazzi in scena - costruiti da Daniela Carucci di Mani Ambulanti - animati dagli stessi interpreti che, come spiega il regista Antonio Tancredi, sono «attori/autori che io ho semplicemente accompagnato nel percorso attraverso la fiaba, come un viaggiatore intento a guardarli da lontano e segurli, mentre loro plasmavano la scena».
Di sicuro una grande armonia e sintonia d'intenti ha caratterizzato il lavoro nel gruppo, ma qual è stata la parte più complessa?

«Riuscire a comporre le varie immagini create attraverso l'improvvisazione e non sono stati pochi gli scogli da affrontare. Per esempio lavorare sull'inizio: l'attesa e il desiderio del re e della regina, perché si trattava di mettere in scena delle emozioni che vanno in qualche modo - non retorico - rese materiali e leggibili. L'altro scoglio è stata la festa: di nuovo un crogiuolo di emozioni e, con due soli interpreti in scena, c'è anche la questione dei diversi personaggi da rappresentare contemporaneamente. Un aspetto molto positivo è stato riuscire a mettere a frutto il lavoro che svolgo ormai da tempo con la compagnia Mani Ambulanti e quindi inserire il teatro di figura nel teatro d'attore».

Le fiabe sono intramontabili ma negli ultimi decenni in molti ne hanno criticato la crudezza. Qual è il loro valore secondo voi? «Sono racconti essenziali, simili al nostro modo di lavorare. Parlano il linguaggio della precisione e della forza e poi non sono storie raccontate da una persona, sono lo scritto che appartiene a tutto il genere umano ed è per questo che poi riguarda tutti, grandi e piccoli».

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