Concerti Genova Martedì 9 dicembre 2008

Rêverie e Bededeum, musica libera

Genova - Due gruppi. Due storie che s'intrecciano, cresciute tra Lombardia e Toscana, ma con prospettive “teatrali” che vanno “oltre”, scomodando poeti, liberi pensatori e saggi scemi del villaggio tenuti insieme da sonorità acustiche e folk.

Rêverie, più che una band, è un progetto nato nel 1996 per opera del chitarrista milanese Valerio Vado e finalizzato al recupero della tradizione musicale italiana in una dimensione europea e mediterranea ma con una prassi esecutiva progressive (usare tanto il moog quanto il flauto dolce, tanto per intenderci). Dopo 3 demo, finalmente un’autoproduzione con tutti i crismi, Shakespeare, la donna, il sogno. Sì, avete capito benissimo, Shakespeare; ma quello “oltre” il teatro, il “poeta”, visto che i nostri si peritano a mettere in musica ben 5 sonetti, tra interludi strumentali e un curioso epilogo con due bonus track in Esperanto. Un mélange trasversale con ingredienti riconducibili alla Penguin Café Orchestra, Fairport Convention, Le Orme di Florian, Genesis, Mike Oldfield, Strawbs e, volendo, pure un pizzico di Madredeus (ascoltate l’attacco del Sonetto 147). Limpida e squillante la voce di Fanny Fortunati, molto simile a quella di Annie Haslam dei Renaissance.

I Bededeum hanno le idee chiare. Basta fare un giretto sul loro myspace, rigorosamente dominato dal rosso e il nero, i colori del movimento anarchico. E non è un caso che dalle loro parti (Massa e Carrara) si trovi il monumento a Gaetano Bresci. Ancora meno fortuita l’idea di dedicare il loro CD, Oltre il sipario (Lizard 2008), alla memoria di Sacco e Vanzetti.
Un’agile galleria di 10 ritratti fedeli al binomio poesia/canzone d’autore – avete presente quando De André incontrò Edgar Lee Masters? Si susseguono, tra simpatici flash di corde e fiati etnici, dissidenti irlandesi, altre guerre del solito “Piero”, severi precettori, ingenui fanciulli, morti bianche come il marmo che seppellì dieci cavatori apuani a Bettogli nel lontano 1911, Salvatore (il deforme de Il nome della rosa), Arthur Rimbaud e Geordie.
Emozionante, a tratti toccante, come lo furono alcuni album (intelligentemente engagé) degli Stormy Six, Yu Kung e, per tornare ad oggi, Daniele Sepe e Jenny Sorrenti. Oltre alle parole, una ricerca musicale capace di uscire dagli usuali confini tradizionali per spaziare dalle terre celtiche a quelle mediterranee, attraverso stranianti puntate nell’immaginario yiddish e porteño. Là, dove osano (e danzano insieme) klezmer, tango, blues e jig.

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