Libri Genova Lunedì 10 novembre 2008

Sepúlveda: «con Obama rinasce l'etica»

Genova - Lo incontro in via XX settembre, davanti alla vetrina di una libreria. Ha il sigaro in bocca e scruta con lo sguardo i titoli dei volumi esposti ai passanti. Pochi minuti dopo siamo faccia a faccia, seduti davanti a un tavolo nell'albergo che lo ospita in questo breve soggiorno genovese. Io e Luis Sepúlveda.

Lo scrittore cileno è a Genova per presentare la sua ultima fatica letteraria, la raccolta di racconti La lampada di Aladino (Guanda, 168 pp, 14 Eu): l'appuntamento è per stasera (lunedì 10 novembre, ore 21, ingresso libero) al Teatro Modena.
Parto però chiedendogli un'opinione sul fatto che in questi giorni sta catalizzando l'attenzione del mondo intero, ovvero l'elezione di Barack Obama a Presidente degli Stati Uniti: «La sua vittoria è la dimostrazione di come la lotta di gente come Martin Luther King e Malcolm X abbia dato i suoi frutti. Ora gli Stati Uniti hanno bisogno di un nuovo tipo di rapporto con il resto del mondo, e Obama può mettere fine all'unilateralismo: nasce la possibilità di donare all'economia del mondo qualcosa di importante, qualcosa che si chiama etica».
Sospira, Sepúlveda, pensando forse a un mondo migliore. E lo fa di nuovo quando gli chiedo cosa pensa dell'Italia di oggi. «È un rapporto complicato» mi dice subito: «da una parte in Italia conosco molta gente progressista, che ha un senso bello della vita e profondo della giustizia. Dall'altra, è un paese vecchio: l'impulso della vecchia Roma ha creato una forza di inerzia il cui ultimo passo politico è Berlusconi. Non capisco come sia stato eletto per tre volte. Ora l'unico impegno possibile per gli italiani è prepararsi a un'epoca post-Berlusconi».

Nonostante ciò, evidenzia come l'amore per la letteratura italiana sia stato di estrema importanza per la sua formazione: «non posso dimenticare la rivoluzione intima che mi hanno suscitato le letture di autori come Salgari, Calvino e Sciascia, e neppure la scoperta emozionale di Leopardi» racconta Sepúlveda. E da amante del cinema quale è (tra i suoi trascorsi cinematografici ricordiamo la partecipazione come attore al film di Enrico Coletti Bibo per sempre nel 2000 e l'esperienza come regista in Nowhere l'anno successivo), mette in rilievo l'influenza che su di lui ha avuto il neorelismo italiano: «la caratteristica di quel cinema di conservare la memoria della cultura come una memoria bella è stata fondamentale, ha aperto un'enorme porta nella mia immaginazione e anche in quella di altri autori sudamericani come Gabriel Garcia Marquez».

Ma veniamo al libro La lampada di Aladino, 12 racconti che rinchiudono i temi a lui più cari, l'amore, il viaggio, la politica, l'avventura. «Negli ultimi 5 anni ho scritto circa 40/50 racconti, questo volume ne contiene 12» mi spiega illustrando anche come nasce un'opera di questo tipo: «il problema principale è armare un libro di racconti. Ognuno di essi ha una logica precisa, è capace di negare la continuità dell'intero libro. Mentre nel romanzo ha se un capitolo è più debole ci pensa quello successivo a rialzare il livello narrativo, il racconto è un genere del tutto intuitivo, che si installa nella testa: ha quasi la stessa logica del vino, necessita tempo e oscurità».
Il titolo è una citazione dalle Mille e una notte: «come Sherazade raccontava le novelle per salvarsi la vita, io intendo comunicare le capacità di sopravvivere che ha la letteratura» spiega lo scrittore. «E la novella La lampada di Aladino» prosegue «è una delle mie preferite perché spiega bene il paradosso della fortuna: la vita del protagonista cambia grazie alla lampada, ma il prezzo della fortuna è terribile, perché lui finisce col perdere la sua ingenuità, la sua innocenza».

Sentire Sepúlveda che parla a ruota libera è un piacere. Gli chiedo allora di raccontarmi com'è nata la sua voglia di scrivere, quando ha capito che avrebbe fatto questo nella vita. «Sono stato fortunato» risponde, «la mia era una casa dove si leggeva tanto e la presenza del libro era quotidiana». Ma poi la vera svolta è arrivata negli anni della scuola: «ho avuto la fortuna di incontrare un insegnante sensibile e intelligente, si chiamava Julio Barrenechea. Fu lui a incoraggiarmi a scrivere un racconto per la Gazeta dell'Instituto Nacional de Santiago de Chile. Il risultato è stato molto stimolante, e allora ho continuato: gli davo i miei racconti e lui li leggeva. Poi un giorno mi disse che aveva conservato tutti i miei scritti, ne aveva creato un libro e lo aveva spedito a Cuba per il premio Casa de Las Americas, il più importante del continente americano. Il libro (Crónicas de Pedro Nadie, ovvero Cronache di Pietro Nessuno, ndr) vinse il primo premio. È stato quello il momento decisivo».

Era il 1969. L'anno successivo Salvador Allende vinse le elezioni: «si sapeva che stava iniziando un'epoca difficile e che c'era gente che voleva ucciderlo» ricorda oggi lo scrittore: «per questo fu creato un gruppo di militanti socialisti addetti alla sua sicurezza, il GAP, Grupo de Amigos Personales».
Erano 180 ragazzi, tra i 18 e i 25 anni. Sepúlveda era uno dei 180. «Era più di una semplice sicurezza: Allende amava il contatto con i giovani e noi eravamo la prima voce per parlare di qualsiasi cosa. Ci conosceva tutti, capitava che ci invitasse a prendere un caffé, e da noi voleva opinioni franche e aperte».
Un vero e proprio rapporto di amicizia, quello con il Presidente cileno: «era una persona di grande qualità umana, con un senso dell'umorismo raffinato. Ricordo che passava i fine settimana in una casa sulla cordigliera delle Ande. Lì c'era una piccola stanza dedicata al cinema, aveva 4 film. Il suo preferito era I Mostri (di Dino Risi, 1963, ndr), e quando era felice si divertiva a imitare Vittorio Gassman nell'episodio del pugile».

Un rapporto, quello con Allende, che cessò di esistere l'11 settembre 1973, il giorno del colpo di stato del generale Pinochet. Il Presidente socialista morì e Sepúlveda venne arrestato e torturato.
Condannato successivamente all'esilio, lo scrittore da allora è cittadino del mondo: prima è vissuto in giro per il Sud America, poi in Europa (ad Amburgo e Parigi, oggi in Spagna). «Casa mia è Gijon, nell'Asturia. Sono lì da 12 anni e devo ringraziare i suoi abitanti per avermi dato un grande senso di appartenenza».
Solo ogni 2 o 3 anni torna in Cile, anche se non è più quello di una volta: «16 anni di dittatura cambiano le mentalità, e il mio Cile è quello che conservo nella memoria, quello che c'era fino a quell'11 settembre 1973. Prima di allora era il paese con l'industria manifatturiera più sviluppata e quasi tutto il pianeta era elettrificato con rame cileno. Oggi l'unico prodotto che esporta è la frutta e la tecnologia ha un ritardo di 10 anni rispetto all'Europa. La costituzione è rimasta quella del dittatore, e l'educazione e la sanità sono totalmente private: l'unica soluzione per cambiare le cose sarebbe quella di fare un referendum per modificare la costituzione, ma manca la volontà politica».

In compenso, ogni volta che torna a casa, Sepúlveda ne approfitta per incontrare i suoi vecchi amici: «organizziamo grandi feste con i GAP ancora vivi - siamo rimasti una cinquantina -, mangiamo asado e facciamo incontrare le nostre famiglie. Insomma, celebriamo la vita».

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