Pino Petruzzelli nei campi nomadi - Genova

Libri Genova Sabato 8 novembre 2008

Pino Petruzzelli nei campi nomadi

Genova - «Ho cercato un po' nelle librerie, poi trovando poco o niente ho deciso di mettermi in viaggio», spiega Pino Petruzzelli, attore e drammaturgo ma anche direttore artistico del Centro Teatro Ipotesi, raccontando di un pellegrinaggio non solo verso l'Est europeo ma anche in Svizzera e Francia per capire e far capire chi sono quelli che noi chiamiamo zingari, ma che più correttamente si dovrebbero indicare come Rom e Sinti, popoli nomadi secolarmente vittime di persecuzioni: «per capire una realtà che mi sembra sconosciuta o meglio disconosciuta».

Del libro che ne è emerso, Non chiamarmi zingaro, uscito a giugno per la casa editrice Chiarelettere, si parlerà giovedì 13 novembre in un incontro a Palazzo Ducale (Sala del Minor Consiglio, ore 17), dove interverranno Luca Borzani, la comunità di Sant'Egidio (che organizza l'appuntamento) e alcuni Rom e Sinti. Quindi anche loro prenderanno la parola? «Non credo - continua Petruzzelli - preferiscono non parlare per paura di essere messi in mezzo». Una paura che si rivolge all'interno verso altri della loro comunità o all'esterno verso la società? «L'esterno ovviamente, anche perché basta dire di essere zingari che tutti i rapporti di lavoro o di altro tipo cadono e rientrano nell'ambito del sospetto. Per molti di loro, già inseriti nella società - che studiano, lavorano, hanno una casa in affitto - sarebbe gravissimo esporsi, proprio perché inseriti benissimo tra noi senza aver rivelato le loro origini. E spesso i più integrati sono quelli più legati alle loro tradizioni e che parlano meglio la loro lingua, il romanes o romané - con radici sanscrite e trasversale a Rom e Sinti».

Pino Petruzzelli si dice di parte, dichiaratamente di parte: «felice di esserlo e di restarlo», ma dalle sue parole emerge soprattutto l'incredulità, la sorpresa non certo verso quello che ha scoperto e capito ma verso quello che molti di noi ancora non si domandano e non comprendono. Chi sono e come vivono? Qui e altrove? «I campi nomadi sono una realtà tutta italiana, 'soluzione' drammatica e inaccettabile che colloca queste comunità ai margini della città e della società magari vicino a discariche o in roulotte desuete e strasfruttate eredità del terremoto in Irpinia, altro che antiquariato. Fa eccezione l'Abruzzo dove vivono con/dentro la società, mescolati agli altri in abitazioni normali». Anche qui la storia era partita dai campi nomadi, scelti solo come soluzione temporanea e poi abbandonati per dare a queste persone la possibilità di vivere in vere e proprie case i cosiddetti «campi verticali, non baracche, ma edifici, come accade per altro in tutta Europa».

Possiamo una volta per tutte affrontare la storia che circola di bocca in bocca da tempi immemori («le comunità Rom e Sinti sono in Italia dal 1400») secondo la quale loro vivono nei campi nomadi per scelta perché non vogliono integrarsi, perché nella loro cultura il lavoro non è un valore, anzi lo sarebbe il suo contrario, e che non sono puliti e che rubano i bambini, e che e che... Puoi finalmente dirci perché più che una storiella è una bugia dalla gambe lunghe che fa passi grandi per nutrire a piene mani l'incalzante e comoda ignoranza, ma che non si può, come sempre, fare di tutta l'erba un solo fascio?
«Tendiamo a vedere solo quelli che stanno per strada, ma Rom e Sinti, come dicevo, in altri stati europei e anche in Abruzzo, convivono nella società e tra loro ci sono laureati e gente che lavora come noi in vari ambiti. Persino a Genova c'è un ragazzo che installa sistemi di sicurezza nelle banche. Sì, un Rom che mette in sicurezza i nostri soldi, da non credere eppure è vero e per anni ha lavorato tornando poi la sera al campo nomadi, appunto».

Parlando di cultura e tradizioni, Petruzzelli spiega alcune differenze importanti su cui nessuno mai o troppo pochi troppo raramente si sono soffermati. «L'eredità che per noi è un fatto naturale, cioè quando i nostri cari muoiono lasciano a figli e congiunti i loro averi; per loro è una pratica inconcepibile, perché hanno una visione molto diversa di ciò che è puro e di ciò che è impuro. Trarre profitto è impuro e quindi tutti i beni vanno seppelliti con chi muore. La droga è qualcosa di impuro e non va neanche toccata, tantomeno consumata. È ovvio poi che, essendo in contatto con la nostra società, in alcuni campi nomadi il fenomeno droga ha creato disastri come per esempio a Firenze». E qui Petruzzelli apre un'ampia parentesi ricordando che i campi nomadi italiani nascono come 'soluzione' temporanea e di emergenza, pensati per un numero specifico di famiglie e per un arco di tempo definito. «Ma poi restano in piedi per 20 anni o più e delle dieci famiglie originali ce ne vivono 60 perché nel frattempo i giovani si sono sposati e hanno fatti figli, insomma le comunità sono cresciute, ma lo spazio è diventato totalmente inadeguato (vedi legge regionale ligure per cui il campo di Bolzaneto dovrebbe garantire 100mq a famiglia». I lavori principali per tradizione sono quelli che ci immaginiamo legati all'artigianato - ovviamente poco praticabili nel nostro contemporaneo - all'allevamento di cavalli, alle attività circensi, alle giostre «e non è facile per molti riciclarsi».

E a proposito degli zingari che rubano i bambini? «Ti ringrazio per questa domanda, perché proprio uno studio dell'Università di Verona ha verificato che negli ultimi vent'anni non un solo Rom o Sinto, facendo un'indagine in tutte le procure d'Italia, è stato condannato per questo reato. Voglio invece ricordare che in Svizzera (fino al '72) si rapivano i bimbi Rom e Sinti per strapparli alla loro cultura in un progetto di azzeramento di quelle culture con danni gravissimi sui bambini e le famiglie ovviamente».

A proposito delle donne e della loro emancipazione, mi sa che occorre fare un passo indietro, o no? «Certo, c'è un maschilismo molto forte, però anche in questo caso bisogna approfondire. Perché se superficialmente all'interno della famiglia la donna serve a tavola, è anche vero che ha un forte ruolo di leader interno ed esterno per cui l'uomo esegue quello che lei ha deciso. E poi la portavoce italiana è una donna Sinta. Mentre se passiamo al matrimonio, è l'amore a vincere: se due ragazzini consenzienti scappano insieme, sta poi al Kris - tribunale degli anziani - far smuovere le famiglie che magari avevano combinato diversamente, per organizzare subito il matrimonio nel nome appunto dell'amore».

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