Viaggi Genova Venerdì 12 settembre 2008

Groenlandia: nella base di Ikatek

© Ottorino Tosti

Continua l'avventura in Groenlandia su mentelocale.it.
Ottorino Tosti, membro della spedizione Saxum 2008, ci racconterà tutti i sabati ciò che ha visto nel corso di questo viaggio estremo. Questo è il suo diario di bordo.

Saxum 2008 è l'unica spedizione italiana in Groenlandia nell'ambito delle iniziative dell'Anno Internazionale Polare 2007-2008. Ha ricevuto la Medaglia d'Argento della Presidenza della Repubblica. Tra i promotori il Progetto Carta dei Popoli Artici e l'associazione Ex-Plora Nunaat International.
Una importante sezione della spedizione è stata curata dall'Associazione Perigeo Onlus con il progetto Un Inuit per Amico, che ha coinvolto i bambini Inuit dei villaggi visitati in uno scambio di disegni con coetanei di diverse parti del mondo - Nency della Penisola di Jamal in Russia, Oromo e Surma dell'Etiopia e bambini di diverse regioni italiane - in un'ottica di incontro tra realtà, valori, culture e tradizioni profondamente differenti.

Genova - Ikatek è un canale laterale del fiordo di Sermiligaq.
Qui, in un paesaggio d'incanto, negli anni '40 gli americani hanno costruito una base per rifornire di carburante gli aerei militari che volavano verso l'Europa per abbandonare sulle città tedesche e italiane il loro carico di morte.
Poi, quando la guerra è terminata, se ne sono andati, portando via solo le attrezzature strategiche e abbandonando i camion, gli spalaneve, le jeep, che poi sono state svuotate dagli inuit in cerca di pezzi da utilizzare.
La pista degli aerei si allunga davanti al mare, poi gira dietro un dosso morenico e scompare infilandosi sinuosa fra le montagne.
Per costruire la pista i genieri americani hanno sfruttato quello che un tempo era il fondo di una lingua glaciale, che si era ritirata e aveva lasciato al proprio posto un terreno perfettamente piano, pressato dal peso di milioni di tonnellate di ghiaccio.

Siamo venuti, io e Davide, a camminare in questo ambiente spinti un pò dalla curiosità di vedere una base militare di tanti anni fa, ma soprattutto per vedere come il tempo aveva agito su queste strutture, abbandonate senza manutenzione al gelo polare, per fare campionamenti nel fango e nelle zone umide, sicuramente colme di batteri sviluppatisi per il degrado dei residui organici lasciati dalla frequentazione militare.

Sono passati più di 50 anni da quando la base di Ikatek è stata abbandonata, e ci meravigliamo vedendo i pneumatici dei camion ancora in pressione; il gigantesco boiler che serviva per scaldare i baraccamenti dalle temperature gelide è come nuovo, solo un pò più arrugginito, e non ci meraviglieremmo se riprendesse senza difficoltà a funzionare. La gru che serviva per movimentare i bidoni di gasolio è un monumento fermo che lotta ancora contro i venti polari. Il gelo ha bloccato ogni cosa, ghiacciandola e fissandola per sempre nell'ultima manifestazione di vita.

Camminare fra questi detriti lascia un sapore amaro.
Dappertutto è evidente il segno della forza violenta che conquista il territorio e, dopo averlo usato e disanimato, lo abbandona devastato quando non ha più interesse a mantenerlo. Centinaia, migliaia di bidoni arrugginiti, un tempo pieni di gasolio, sono sparsi dappertutto, in cataste senza fine.
Fra queste rovine, silenziosa testimonianza di un momento difficile, che oggi, quando se ne sente parlare dai nostri nonni, assume i toni di un racconto d'avventura, io e Davide ci aggiriamo silenziosi, permeati da una mistica angoscia.
Siamo stupefatti da come il freddo tutto ha conservato nella medesima condizione in cui decine di anni fa è stato lasciato.
Là i resti scheletrici di un hangar per il ricovero dei mezzi da lavoro impegnati a liberare la pista dalla neve e dal ghiaccio, e per gli aerei che durante il volo venivano sorpresi dalle tremende bufere artiche.
I baraccamenti dove vivevano i soldati sono crollati sotto il peso della neve e delle tempeste, ed ora, trasformati in fasci di assi chiodati, formano un tappeto pericoloso per l'incauto visitatore.
Anche i bidoni nascosti sotto la neve sono una trappola pericolosa per chi vi pone il piede. Davide finisce in questa trappola, e le lame arrugginite lo feriscono, per fortuna in maniera non grave. Ma gli tagliano la costosa tuta in gore-tex, che ripara con un giro di nastro Tesa, l'unico in grado di resistere al bagnato.
Un pesantissimo verricello sta lentamente sprofondando nel terreno, in estate reso paludoso dalla neve che si scioglie, e con gli anni ne verrà ingoiato. Intorno iniziano ad attecchire i primi muschi, esili licheni stanno allungando le loro braccia, stentatamente, per raggiungere qualche relitto e farsene un appoggio che li aiuti a conquistare una posizione eretta.

Non ha eco la mia voce, in questa desolazione senza tempo.
Le parole che grido a Davide, lontano, per indicargli quel carro, quella gru, quella vettura, corrono via spinte dal vento, e poi si smorzano contro le pareti dei monti. Non vengono più rimandate verso di me. Muoiono così, perdute nel nulla, senza valore in questo posto testimone dell'arroganza umana.

Più che altrove, qui è manifesta la tendenza della natura a tentare di riprendersi lo spazio che l'uomo le ha violentemente strappato.
E così penso che, forse, se un giorno l'uomo occidentale dovesse scomparire con tutta la sua cultura, travolta dalla sua stessa follia, forse Kalaalit-Nunaat, la 'terra degli uomini', come la Groenlandia viene chiamata dagli Inuit, suoi naturali abitatori ed unici proprietari di diritto, ritornerebbe a vivere. E così tornerebbero a rivivere le foreste che sono state estirpate, i fiumi che sono stati deviati riconquisterebbero i loro antichi corsi, riprenderebbero le stagioni a ruotare intorno al sole, e i ghiacci ritornerebbero a coprire le morene più avanzate.

I due inuit che ci hanno condotti fin qui passeggiano tranquilli fra queste rovine arrugginite, frugando con il piede nel terreno alla ricerca di qualcosa di utile.
Per loro la venuta degli americani ha rappresentato un evento memorabile. Sono stati i primi uomini estranei al loro gruppo sociale con cui sono venuti in contatto.
Ma questi stranieri per loro hanno rappresentato anche il disastro, così come duecento anni fa lo hanno rappresentato per le popolazioni indiane d'America.
Telefoni cellulari, televisione satellitare, computer, coca cola, birra, ne hanno disfatto il tessuto sociale. Pochi decenni prima credevano di essere gli unici uomini a popolare la terra, vent'anni dopo si sono trovati a transitare violentemente da una civiltà di caccia e pesca ad una civiltà consumistica.

Allora, mentre osservo questi inuit che cercano cose utili in questa desolazione, mi vengono in mente le parole di un amico, che, parlando di noi italiani, un giorno mi disse: «siamo fra i pochissimi popoli al mondo che mangiano tutti i giorni, e fra questi, quelli, rari, che mangiano due volte».
Ed è forse questo, rifletto, il motivo per cui noi, che rappresentiamo, nel bene e nel male, la parte trainante del Pianeta, abbiamo il dovere di portare i nostri occhi a guardare oltre le finestre di casa, per vedere, capire, e modulare le nostre azioni sulle necessità vitali dell'intero emisfero.

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