Concerti Genova Giovedì 11 settembre 2008

«Io la Nannini ce l'ho nel sangue»

Genova - Dopo il concerto di ieri sera - mercoledì 10 settembre - al PalaVaillant di Genova, ho finalmente deciso cosa farò da grande.
Sì, me ne impippo della laurea e del lavoro da architetto: da grande sarò Gianna Nannini.
Non cercate di dissuadermi: voglio fare la rocker con la voce affilata ma suadente, voglio portare le bretelle sbrilluccicanti come lei e voglio perfino le rughe d’espressione profonde come le sue.
La Nannini ce l’ho nel sangue: me l’ha inoculata mia mamma, direi.
Io canticchiavo, che ne so, la sigla dei Barbapapà e lei accennava Fotoromanza, per poi aggiungere: "Che grinta, quella ragazza!". Parole sante.
Dopo aver aperto con successo una delle date europee dei Bon Jovi, a maggio, la balda senese è in giro per l'Italia con il tour che promuove il suo ultimo album, il greatest hits GiannaBest, uscito ormai un anno fa: è tornata in Liguria dopo la data di apertura della tournée in quel di Sarzana, riuscendo a riempire pressoché interamente il Palazzetto della Fiumara.

L'inizio è folgorante: con Mosca cieca, Canto il caos e Possiamo sempre, la Nannini stabilisce subito le regole del gioco, impostando la partita su pezzi dal riff smaccatamente rock e dai testi spudorati.
Scandalo, Latin lover, California puzzano da morire di anni Ottanta, sono canzoni genuine, vibranti, oserei dire oneste: testi apparantemente privi di pretese, ma con passi memorabili. Ancora oggi, per esempio, sono affascinata dalla domanda retorica contenuta in America: "Ma quanta fantasia ci vuole, per sentirsi in due?".

La voce della Nannini è impressionante: riesce a passare dalla rabbia all'ironia, modulando senza apparente fatica i graffi profondi che la contraddistinguono fin dagli esordi,
avvenuti trent'anni fa. Passando da un registro all'altro, poi, riesce a padroneggiare anche le note più dolci e calde, stupendo puntualmente il pubblico.
La forma mentis che ho della sua voce in brani come Profumo, Suicidio d'amore, Sei nell'anima, Notti senza cuore è quella di una lama dal filo chiazzato di ruggine, ma estremamente tagliente. E perdonate la banalità.
E' in pezzi come questi che, a parer mio, emerge forse la Gianna migliore: mai banale, ma sempre profonda ed evocatrice di immagini affatto scontate.
Quando, poi, il suo estro sensibile si unisce a quello di Giovanni Lindo Ferretti, può nascere solo una cover come quella di Amandoti, un tango che - in quanto tale- definire
appassionato è riduttivo (Amami ancora: un anno, un mese, un'ora/ Amami ancora, perdutamente).

A questo punto della scaletta, è trascorsa solo mezz'ora dall'inizio del concerto, ma il pubblico è in vero visibilio per lei, maschiaccio spettinato dagli occhi cerulei che, all'improvviso afferra un violino e un amplificatore e rovescia tutto sul palco, da bravo Lucignolo: Radio Baccano e un accenno di In Italia suonano demagogiche, ma chissene..., sono belle tirate, coinvolgenti, e va bene così. Il chitarrista col ciuffo un po' emo, Davide "Il Quadrupede" Ferrario, si esalta sugli assoli e, per una frazione di secondo, chino sullo strumento, coi capelli turbinanti, è il gemello separato alla nascita di Jonny Greenwood, chitarrista dei Radiohead, durante i suoi anni migliori.

Nel mare di corpi umidicci della platea, c'è un improvviso attimo di calma: Gianna si siede al pianoforte e incanta la notte con Oh marinaio. Strappa applausi e grida di giubilo: noto con interesse che i gridolini sono in gran parte femminili. Non fatico a credere che il fascino androgino che la cantante possiede non lasci indifferente molte pulzelle.
La Nannini è bella, lasciatemelo dire: la sua è una bellezza grezza, metallica ed ironica, ed ha un suo perché. La sua estrema fotogenia ne è una prova: le gigantesche foto che la ritraggono e che punteggiano le installazioni video alle sue spalle durante il concerto ne sono un indizio certo.
I maschi, Bello e impossibile, Meravigliosa creatura sono evergreen imprescindibili e anticipano di poco la trionfale chiusura del concerto con Alla fine, la strepitosa Aria e quel piccolo gioiello che è Un giorno disumano, una dichiarazione di amore all'amore che sa dare veri brividi (Da principio era la neve, non e' stata colpa mia/ Siamo andati in culo al mondo, ma ci sei finito dentro e ci son venuta anch'io che mi son venduta a Dio, per non esserti lontano).

Si esce dal concerto con la gola a tocchetti ed il sudore fin nelle scarpe, ma è certo che ne è valsa la pena e che è stato bello ricevere per due ore una simile overdose di
energia e di sentimento
.
Domani, tanto per iniziare, mi sa che andrò in giro per negozi a cercare le bretelle sbrilluccicanti.

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