Concerti Genova Martedì 26 agosto 2008

Gianmaria Testa: «quando incontrai Faber»

Genova - Gianmaria Testa è uno di quei tipi che non fanno troppo rumore. Gli basta una chitarra, un bicchiere di vino e il gioco è fatto: parte con i suoi ritmi jazzati e via, l'atmosfera si riscalda all'istante.
Piemontese di razza, ha affiancato a lungo l'attività di ferroviere a quella di cantautore. È stato capostazione a Cuneo, ma da qualche tempo ha deciso di dedicarsi esclusivamente alla musica, riscuotendo ovazioni da parte della critica italiana e internazionale.
Aveva 37 anni nel 1995, quando in Francia è stato pubblicato il suo primo disco, Montgolfières: da lì al successo il passo è stato breve. Nei due anni successivi, grazie alle esibizioni rigorosamente in italiano al New Morning e all'Olympia - luoghi sacri della musica parigina -, è stato finalmente notato anche in Italia e da allora è considerato uno dei maggiori esponenti della nostra canzone d'autore.
Ogni anno Gianmaria Testa tiene decine di concerti in giro per il mondo, dalla Francia alla Germania al Belgio, fino al Canada e agli Stati Uniti. Domenica 31 agosto 2008 (ore 21, ingresso 12 Eu) è alla Fiera del Mare di Genova nell'ambito degli eventi della FestaUnitàDemocratica.

Innanzitutto, che concerto sarà?
«Suonerò in trio con Piero Ponzo [clarino] e Nicola Negrini [contrabbasso]: un concerto molto collaudato che abbiamo già portato in giro per il mondo. Ci saranno molti brani dall'ultimo disco Da questa parte del mare, ma non solo».

Da questa parte del mare ha vinto la Targa Tenco nel 2007 come miglior album dell'anno. È un disco che affronta il tema della migrazione moderna: è maturato nel tempo e - è cosa nota - nasce da un fatto ben preciso.
«Nel 1991 ho assistito a uno sbarco di clandestini a Manacore, una piccola baia sul Gargano. Era l'epoca dei primi sbarchi: ricordo un peschereccio avvicinarsi alla spiaggia e buttare qualcosa in un gommone. Erano due uomini, africani, che erano stati gettati a mare da una nave e soccorsi dal peschereccio. Uno è morto, l'altro è stato salvato dai medici: non sapeva nemmeno dire quanto tempo fosse rimasto in mare».

Un'esperienza sconvolgente...
«Era impressionante la distanza tra noi, in costume da bagno sulla spiaggia, e loro, persi nella disperazione. Con questo disco ho solo voluto che di quel ricordo non si perdesse la memoria, per me e per i miei figli. D'altra parte ritengo che il mio compito sia quello di raccontare quello che accade, senza mai tirarmi indietro».

Parliamo di cose più allegre. Lei suona abitualmente in giro per il mondo: come reagisce il pubblico straniero alla sua musica?
«In Germania ascoltano tutto come se fosse musica classica, sono attenti e silenziosi ma poi si lasciano andare a lunghi applausi; in Canada, invece, a dispetto del clima freddo, il pubblico è molto caloroso, quasi mediterraneo. La gente che viene ai miei concerti, di solito, non è italo-qualcosa, ma si tratta principalmente di autoctoni che non capiscono i testi delle mie canzoni. Per questo cerco sempre di raccontare un breve antefatto: nei paesi francofoni lo faccio io, dove invece la lingua è un problema invece chiamo qualcuno dal pubblico, quasi sempre c'è gente che sa tradurre».

Prende uno spettatore e gli fa fare l'interprete?
«Sì, durante un concerto a Innsbruck ricordo che si era offerto un ragazzo sardo. Ma una volta sul palco, ha confessato di non sapere una parola di tedesco: era salito solo perché non era riuscito a trovare un posto tra il pubblico. Allora è rimasto lì per tutto il tempo. Succede anche questo ai miei concerti».

Sarà stufo di sentirsela fare questa domanda. Ma perché non canta in francese?
«Beh, qualche volta mi è successo di cantare in francese, per esempio in un omaggio a Leo Ferré [F. à Léo, progetto dedicato a una rilettura jazz dei brani del cantautore monegasco, ndr]. Ma in generale, un conto è parlare una lingua, un conto è cantarla. Credo che le parole abbiano un peso specifico: non solo un significato, ma anche un significante. Cantare una parola significa caricarla di quello che ci sta dietro: termini come dolore o mare, per esempio, che da noi hanno in sé un significato quasi virile, in francese sono di genere femminile».

Tra i suoi miti musicali c'è Fabrizio De André. Lo ha mai incontrato?
«L'ho visto solo una volta, avevo 16 anni e lui faceva un concerto dalle mie parti. Era l'epoca in cui si contestava il caro concerti e io facevo parte di un gruppo di contestatori. Per quell'occasione, però, comprai il biglietto - costava 5000 lire - e mi godetti la sua esibizione in prima fila all'insaputa dei miei amici. Alla fine del concerto lui è uscito e ci è venuto incontro: "Cercate di capire, suono perché devo mangiare" ha detto, "ma tra qualche giorno venite a Torino, lì faccio un concerto per i gruppi anarchici"».

Cosa ha apprezzato maggiormente di lui?
«È rimasto sempre dignitoso, non ha mai tradito la forma canzone. De André, poi, mi ha anche fatto conoscere gente come Brassens o Cohen, e da lì si è allargato il mio campo visivo. Ho capito che c'era gente che cantava per dire qualcosa».

E tra i musicisti di questi anni, c'è qualcuno che apprezza particolarmente?
«Vinicio [Capossela, ndr]: riesce sempre a incuriosirmi».

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