Concerti Genova Giovedì 17 luglio 2008

Toglietemi tutto, ma non gli Afterhours

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Genova - Che volete che vi dica? Metto subito le mani avanti: sono di parte, estremamente di parte.
Ma sfido ciascuno dei convenuti al concerto di ieri sera a non definire estremamente bella l’esibizione degli Afterhours all’Arena del Mare di Genova. Non li vedevo esibirsi dal vivo da ben tre anni, e ritrovarli in questa forma sfolgorante mi ha compiaciuta in maniera particolare.

L’ultimo lavoro in studio, I milanesi ammazzano il sabato, pubblicato poco più di due mesi fa, è ben lontano dalle atmosfere gonfie di fascino decadente del precedente Ballate per piccole iene e denota una felice propensione verso sonorità immediate ed incalzanti, ambigue, in bilico tra potenti riff, gran spolvero di archi e cori fantasmatici.
Sarà la recente esperienza statunitense e la mano di John Parish, sarà che la maturità artistica è stata praticamente raggiunta, agguantata e raffinata, sarà che quando si sa fare il proprio lavoro non ce n’è per nessuno, ma gli Afterhours non riescono a deludermi: al contrario, ad ogni nuovo album mi spiazzano, rinnovando il mio interesse e la mia curiosità nei loro confronti.
I testi de I milanesi strabordano di riferimenti alla fresca paternità di Manuel Agnelli e si concedono felici incursioni in una cupa ed efficace dimensione onirica: sotto la cenere, però, cova quel sordo furore che gli è tipico fin dagli esordi, quando si affacciarono sulla scena musicale nostrana, alla fine di quegli anni ’80 da cui non si esce vivi (cit.).

Il concerto di Genova è stato un vero e proprio rito celebrativo: due ore abbondanti di esibizione tiratissima, con una scaletta incredibilmente varia ed appagante.
Introdotti da una breve esibizione di un più che convincente Cesare Basile, verboso ed incantatore, Agnelli e soci investono letteralmente la platea con Sui giovani d’oggi ci scatarro sù: Hai paura del buio? è il paniere privilegiato da cui attingono per fomentare gli animi e, con continuità e ritmo vertiginosi, inanellano praticamente in sequenza quel gioiello blasfemo che è 1.9.9.6, Lasciami leccare l’adrenalina e la visionaria Rapace.

Manuel è quanto mai carismatico: padrone del palco, costituisce il perno intorno cui ruota una macchina da musica precisa e versatile. I suoni degli Afterhours sono fondamentalmente lancinanti e violenti, ma nella loro furia sanno accarezzare corde sensibili: la sezione ritmica, sovrastata dalla batteria di Giorgio Prette ed accompagnata dal basso di Roberto Dell’Era, i violini isterici di Rodrigo D'Erasmo e i mille strumenti suonati dal giovane Enrico Gabrielli creano spesso un tappeto di suoni quasi cacofonici, in cui la chitarra sporca di Giorgio Ciccarelli resta saldamente aggrappata per generare un tappeto musicale coerente e da sempre unico nel panorama discografico italiano.

Milano circonvallazione esterna, Non sono immaginario, La verità che ricordavo, È la fine la più importante, Il sangue di Giuda, Varanasi Baby: tanto repertorio, per non scontentare la vecchia guardia. E, poi, praticamente tutto il nuovo album, giusto per verificare se la nuova lezione discografica è stata ben assimilata: Neppure carne da cannone per Dio, Pochi istanti nella lavatrice, Tutti gli uomini del presidente per agitare le molecole; Tarantella all’inazione, Riprendere Berlino e Musa di nessuno per blandire ruvidamente; Naufragio sull’isola del tesoro e Orchi e streghe sono soli per ricordare che le favole sono più belle, quando hanno un’anima profondamente nera.
Tra lanci di plettri, ciuffo sudato e ripetuti sputi a mò di geyser, l’Agnelli Manuel ignora il limite della mezzanotte imposto dal Comune e, rischiando di essere trasformato in cantante neomelodico da un cattivo assessore, torna sul palco per ben tre bis, evidentemente soddisfatto della partecipazione generale: Bye bye Bombay, Male di miele, La sottile linea bianca, fino ad un’inaspettata Mi trovo nuovo.

Li adoro, questi ragazzi.
Non so se si era capito.

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