Concerti Genova Venerdì 4 luglio 2008

Amarcord 80 con i Tuxedomoon

Genova - Giunto a metà del suo percorso, il Festival del Mediterraneo di Echo Art ha regalato ieri una serata davvero avvincente, presentando sul palco gli artisti forse più noti di tutta la rassegna, il percussionista indiano Trilok Gurtu ed il gruppo americano (ma ormai bisogna dire cosmopolita) Tuxedomoon, di ritorno a Genova dopo ben 22 anni.
Una scaletta all'insegna dell'eclettismo, - dal set di sole percussioni del maestro indiano di tablas alle atmosfere new wave dei Tuxedomoon corre parecchia distanza - ma con il comune denominatore di presentare artisti che sono oggetto di un vero e proprio culto.

Trilok Gurtu, illustri frequentazioni in campo jazz, classico e world, per la quarta volta ospite del festival, sul palco ha ingaggiato per quasi un’ora una lotta solitaria con il suo ricchissimo set di percussioni etniche, conchiglie e secchio pieno d’acqua inclusi, alternando i ritmi della tablas a vocalizzi “percussivi” e finendo poi sul tamburo a sgabello. È un vero istrione il buon Trilok, ed il suo show non poteva che concludersi coinvolgendo il pubblico, prima in facili melodie da collocare sulle sue basi ritmiche con l’ironica richiesta di cantare pure in italiano “come Berlusconi”, e quindi in un velleitario tentativo di imitare la sua pirotecnica vocalità.

Rapido cambio di palco e di atmosfera e si apre il libro dei ricordi con i Tuxedomoon: rispetto a quella sera al teatro Universale nel 1986 i volti risultano leggermente segnati dagli anni, ma la loro loro poliforme creatura musicale è più viva che mai e ben sincronizzata con i tempi attuali. Uno studio sulle dinamiche interne ai gruppi musicali, che sta nel mio libro dei sogni, potrebbe prendere come caso di analisi proprio le “lune in frac”: originari degli Stati uniti si trasferirono in Belgio negli anni ’80 accasandosi presso l’etichetta Crammed disc per la quale tuttora incidono. L'ultimo aggiornamento li dà così dislocati: il cantante e violinista Blaine Reininger di casa ad Atene, l’altro cantante (e sax e tastiere) Steven Brown in Messico, il bassista Peter Principle a New York ed il trombettista Luc Van Lieshout a Bruxelles.

Come riescano a provare è un vero mistero, ma occorre dire che sul palco l’intesa fra i quattro è palpabile e, anche se il repertorio pesca soprattutto dagli ultimi due album Cabin in the sky e Vapour trails, pubblicato in occasione del trentennale di attività, i motivi per piccoli tuffi al cuore non mancano. Uno fra tutti, quando ripropongono Time to lose, un pezzo degli anni 80 che accende fin dalle prime note i molti fans di lunga data presenti. Il messaggio comunque è chiaro: bando ai ricordi, quello che conta sono i Tuxedomoon di oggi, e la loro nuova musica.

Sul palco Reininger è il direttore dei lavori, Brown si alterna fra tastiere e fiati, mentre Principle e Van Lieshout spiccano per la staticità. Il baule delle musiche dei Tuxedomoon è ricco di influenze ed atmosfere - citando a caso, basso e beat box riesumati dalla new wave, scampoli di jazz, world e di musica colta, e da ultimo una tendenza al poliglottismo che li porta a cantare in inglese, spagnolo, greco e anche italiano - che formano un vero marchio di fabbrica originale ma anche difficile da raccontare. Musica per immaginare, si potrebbe dire, anche per riferire del suggestivo apparato visivo e mise en scene del quinto membro effettivo del gruppo, il mimo Bruce Geduldig, che ha accompagnato tutto il concerto con cut ups di immagini e riprese in diretta del palco.

Dopo quasi due ore, riempite da Atlantis, Baron Brown, Triphtic, Big Olive (dedicata ad Atene) e Still small voice e altre, è arrivata la fatidica mezzanotte, ora della obbligatoria fine dei concerti, con il pubblico che non ne voleva sapere. Il tempo per un solo bis, Some guys da Holy wars, e poi tutti intorno al banchetto dei cd . Con la speranza che per la prossima volta non debbano passare altri 22 anni.

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