Concerti Genova Sabato 26 aprile 2008

«Hendrix è un pilastro della musica»

Genova - «La mia vita senza musica non avrebbe troppe cose che mi fanno stare bene, non vedo perché dovrei privarmene». Non c'è un momento esatto nei ricordi di Ludovico Einaudi in cui ha capito che la musica era la strada giusta. È sempre stato così, sin da piccolo. Per un periodo si è appassionato alla fotografia, da adolescente si è buttato anche sulla chitarra. Ma è il pianoforte il suo grande amore, quello che lo ha reso un compositore geniale ed eclettico, famoso in tutto il mondo, e che lo porta un giorno a Parigi (26 aprile), un altro a Roma (30 aprile), un altro ancora a Tokyo (29 maggio). Il 29 aprile il suo live passa anche da Genova (Politeama Genovese).

A proposito di chitarra. Ho letto che è un grande fan di Jimi Hendrix e Pete Townshend. È vero?
«Quello per Townshend non è un vero e proprio amore. Da ragazzo ho visto un concerto degli Who, mi piacevano. Mentre Hendrix è uno dei pilastri della storia della musica».

Cosa l'ha colpita maggiormente di lui?
«Era un ricercatore. Con lui la chitarra ha raggiunto innovazioni mai superate. Mi ha sempre affascinato la sua innovatività tecnica, una creatività sempre legata all'espressione e mai al virtuosismo fine a se stesso. Un suono che è una necessità, comunque qualcosa di profondo»

Com'era invece il rapporto con Luciano Berio?
«Ci siamo incontrati ad una conferenza. È iniziata così una collaborazione, diventata presto un'assistenza. Sono andato a bottega da lui, un'esperienza molto bella. Era una persona umanamente molto bella, si poteva parlare di letteratura come di pesca, e la sua musica era molto influenzata dai suoi mille interessi. Come quello per la musica popolare, le folk songs. Ha lavorato anche sulla canzone africana».

Anche lei ha seguito questo filone in seguito, con Diario Mali.
«Sì, anche se la mia è stata un'esperienza diversa, nata da un viaggio che ho fatto in Mali. Il mio interesse è partito da lì».

Il suo album Divenire è tra le nomination per il Classical Brit Awards 2008. Se l'aspettava?

«Sinceramente il panorama della musica classica non mi sembra presenti progetti interessanti, così anche per i lavori che competono con me in quel contesto».

Insomma, non le importa?
«C'è sempre un piacere nel vedere che il proprio lavoro è gratificato. Divenire, però, è un progetto artistico che va oltre la classica. L'avrei visto più in gara nei Brit Awards normali».

Che musica ascolta nel tempo libero?
«Molta musica etnica. Da quando sono andato in Mali sono sempre attento ai lavori di Toumani Diabate (con il quale Einaudi ha collaborato per Diario Mali n.d.r.). Mi piace anche la musica elettronica di Carsten Nicolai e B. Fleischmann, ma ascolto anche songwriter come Feist. E poi Radiohead e Sigur Ros sono sempre bravi».

Ha qualche ricordo di suo nonno (Luigi Einaudi, politico, economista, il secondo Presidente della Republica, mentre il padre Giulio è il fondatore dell'omonima casa editrice n.d.r.)?

«Ero molto piccolo, ricordo a mala pena la sensazione di stare sulle sue ginocchia. Forse il ricordo più intenso è l'odore della sua biblioteca piena di libri antichi nella casa di campagna. Era un buon posto dove nascondersi».

Cosa suona ai suoi concerti?
«Il repertorio spazia tra tutti i miei lavori, da Divenire a Onde. Ma non so mai di preciso dove inizio e dove vado a finire. A volte vado sul palco con un'idea e poi faccio tutt'altro. Forse così è più divertente, sia per me che per il pubblico».

Conosce Genova?
«Sì, ho partecipato ad un progetto per il Festival della Scienza. È stato un periodo molto piacevole e mi aveva stupito la terrazza con vetrata che sovrasta il Galata Museo del Mare. Volevo fare qualcosa lì ma poi forse il tempo non lo permise. L'architettura genovese è affascinante, un posto pieno di scorci e panorami. E poi le città di mare mi piacciono sempre».

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