Concerti Genova Martedì 22 aprile 2008

«La memoria? Oggi esistono solo i soldi»

Genova - «Genova e Napoli, città sorelle e figlie dello stesso mare». Per questo Teresa De Sio si troverà un po’ come a casa giovedì 24 aprile 2008 in piazza De Ferrari, in occasione del concerto per la Liberazione, quando suonerà insieme alla Banda di Piazza Caricamento. «A Genova mi lega anche la sua bellezza, ma soprattutto una persona che mi ha molto segnato e con cui ho anche collaborato: Fabrizio De André».
La cantautrice napoletana è in perenne movimento: lunedì sera ha suonato con Roberto Vecchioni al Sistina di Roma, nel frattempo porta avanti il suo progetto musicale Riddim a Sud, in cui ha coinvolto molti volti noti della musica nostrana (Raiz, Ginevra di Marco, Roy Paci, Apres la classe, Mau Mau e non solo) e quattro gruppi emergenti. È uscito da poco anche un cofanetto con Dvd e libro sul film Craj, l'omaggio ai cantori della musica pugliese che ha scritto insieme a Giovanni Lindo Ferretti. Ha anche creato un'etichetta indipendente, la C.O.R.E., che gestisce in completa autonomia. Insomma, contaminazioni e collaborazioni sono il suo pane quotidiano: «sì mi piacciono proprio», dice.

Dici che secondo te la musica folk è il rock del popolo. Cosa intendi?
«Queste due modalità di fare musica vengono da una stessa esigenza, esistere come linguaggio alternativo alle culture dominanti. Hanno spesso contenuti destabilizzanti e si basano sulla grande potenza del ritmo. In questo sono molto simili».

A proposito, che musica ascolti?
(Sospira…) «Guarda, ho passato i primi trent'anni della mia vita ascoltando di tutto, veramente ogni genere. Oggi cerco di concentrarmi sulla mia musica. Però, se devo dire due nomi, i primi che mi vengono in mente sono Domenico Modugno e i Gogol Bordello. Di recente ho sentito un'intervista a Eugene Hütz (leader dei Gogol n.d.r.) in cui confermava quello che dicevo prima: anche secondo lui folk e rock sono strettamente legati e lui si sente figlio di entrambi».

Ci vuoi raccontare come nasce il progetto Riddim a Sud?
«Negli anni '50 in Jamaica tra gli artisti c'era un'abitudine. Chi aveva la possibilità di registrare un disco in studio metteva a disposizione di altri artisti meno fortunati le basi, così tutti potevano cimentarsi con la musica. Questo fenomeno diede un fortissimo impulso al reggae. Io mi sono detta: perché non fare lo stesso oggi per il folk rock italiano? Ho messo a disposizione le basi del disco Sacco e fuoco e ho coinvolto alcuni amici. Poi abbiamo lanciato la cosa su internet. In moltissimi hanno scaricato i file e ci hanno rimandato le loro versioni. Tutti bravissimi devo dire. Purtroppo abbiamo dovuto fare una selezione, da cui sono usciti quattro gruppi (Nicodemo, Paolo Lizzadro, Manekà e La Resistenza) che sono entrati nel disco Riddim a Sud».

Tu sei un'artista assolutamente indipendente, dall'ideazione alla produzione dei tuoi lavori. Quanto è difficile la vita per gli artisti come te?
«Dipende dagli obiettivi che ti poni nella vita. Se vuoi avere un bel conto in banca è fortemente sconsigliato. Io da otto anni non lavoro più con le major ed è una fatica produttiva immensa. Certo, però, che soddisfazione quando riesci a realizzare cose come La notte del Dio che balla (compilation di musica popolare uscita nel 1999 che riunisce insieme a Teresa, Agricantus, Ambrogio Sparagna, Vinicio Capossela, Daniele Sepe e non solo n.d.r.) o anche Craj, che ha ottenuto tantissimi riconoscimenti».

Parafrasando Max Gazzè, una musica può fare ... cosa?
«La musica ha un potere enorme. Può abbattere barriere e creare un filo molto solido tra generazioni e diverse. Per tanti anni è stata un'arte industriale, oggi si sta trasformando in qualcosa di diverso. Staremo a vedere».

Parlando di memoria e di 25 aprile. Quanto è importante ricordare e quanto rischiamo di dimenticare?
«Purtroppo la memoria in tanti casi è già perduta. Oggi esistono solo i conti in tasca. Non riusciamo ad essere altro che produttori di merci, consumatori di merci, o merci. Bisognerà lavorare per ricostruire la memoria».

Un'ultima domanda su Napoli. Come hai vissuto questo periodo così difficile per la tua città?
«Con dolore. Come tanti napoletani che vivono fuori, e vorrebbero che la città fosse sempre come la sognamo. Ma c'è una cosa di cui sono certa: Napoli - nelle sue manifestazioni violente, nel bene e nel male - è sempre all'avanguardia. Il problema dei rifiuti, però, riguarda tutti. È il sistema consumistico che porta a produrre più rifiuti. Se non cambiamo mentalità, non riduciamo la produzione di cose inutili come tanti imballaggi, difficilmente se ne potrà uscire. Un signore l'aveva predetto oltre cento anni: si chiamava Toro Seduto. Disse: L'uomo bianco sparirà seppellito dalla montagna dei suoi rifiuti».

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